***

Se alcuno leggerà queste pagine, forse crederà che da allora in poi io fossi diventato aspro e nemico de' miei scolari. La cosa non fu così, giacchè la mia mente avea trovato, per fortuna, un ordine di pensieri diversi su cui equilibrarsi; e se così non fosse stato, sarebbe caduta allora giù ne la pazzia come cadde dopo: ma era un equilibrio a suo modo.

Avete mai osservato come camminano gli ubbriachi per le strade? Essi per stare in piedi e andar avanti hanno bisogno di ruinare da un muro all'altro. Ora ne la vita vi sono di quelli che non hanno mai bevuto una goccia di vino ma che tuttavia non ci riescono a trovare la via diritta.

Costoro hanno, o per educazione o più tosto per causa di eredità, un animo soverchiamente gentile ed impressionabile; qualità che loro si impone in un modo imperativo, e, quando sono disillusi, li spinge su la via opposta, non mai su la via diritta.

Quale è la via diritta? Non so. Forse è la via più obliqua e tortuosa del mondo: ma ciò non vuol dire: quando questa via è seguita dalla maggioranza, senza dubbio diventa la via diritta e bisogna chiamarla con tal nome.

Così, per fare un paragone, vi sono di quelli che hanno un'ipersensibilità tattile di tal forma che toccare una cosa untuosa, immaginare soltanto un oggetto sozzo, li fa rabbrividire. Questa è una malattia. Bisogna curarla, bisogna abituarsi, per Dio, a tener le mani nel pattume e ne la morchia! Similmente per quelli forniti di codesta eccessiva gentilezza dell'animo, ogni ingiustizia, ogni volgarità, ogni azione indelicata, di cui gli altri nè meno si avvedono, li offende a morte. Sono qualità degenerative dell'animo che non si devono coltivare, ma cercar di estirpare appena appaiono.

Forse un tempo, quando il mondo avea la fortuna di essere un po' più selvaggio, potevano essere necessarie o per lo meno servire alla parte decorativa della vita; ma oggi che tutto è regolato come un orologio, che la legge e la burocrazia dispensano dall'avere un'idea individuale, un'affettività forte e propria, riescono inutili e dannose.

Ho pensato ad una parabola: Un uomo camminava per il deserto affocato. Corone di gigli e di rose stillanti rugiada, portava su la fronte; manipoli di rose e di viole reggeva in pugno: e così di quel profumo confortava il viaggio. Ma non andò a lungo che caddero vizzi i fiori sotto l'implacabile sole, e non altro divennero che inutile peso e materia da letame.

Così, in verità, è per chi viaggia la vita con l'animo ornato di gentilezza e di bontà.

Ma alle volte avviene anche di peggio: costoro si invaghiscono di qualche idea generosa: uno, per esempio, vuol provare che l'anima esiste, un altro si ostina a non far cosa che la coscienza gli possa rimproverare, accada quel che si vuole: un terzo (e questo è il più miserabile di tutti) ama il prossimo sul serio e lo vuol confortare ne le sventure come se fossero sue, e così via. Voi lo capite: questa gente non opera più secondo la pratica e la comune necessità, e allora gli altri gli incoronano la fronte delle enormi orecchie d'asino della demenza.