Una mattina (questa me la raccontarono poi) dopo un banchetto che si era protratto oltre la mezzanotte, Beppo indicava a mio babbo, presso il cancello d'uscita, una lurida pozza vinosa sul terreno. Diceva:
— E l'ho inteso io quello grosso che parlava più forte, dire a quel piccolo con la faccia di fiele che vomitava, l'ho inteso io dire: «Ah, tu non vuoi portar via niente dalla casa degli aristocratici!» e l'altro seguitava a vomitare e singhiozzare dal ridere, e tutti ridevano!
— Va là, va là, Beppo, che non è vero — rispondeva mio babbo col suo solito sorriso che non smentiva mai —, hai capito male.
— Ho capito male? ah, fè di Dio! E quando l'altra volta passando davanti alla cappella, dove era entrata la signora contessa, uno ha fatto le corna alla madonna!?
— Ma no! quello, vedi, era un gesto di manifestazione politica.
Ma per quanto vi celiasse, mio padre non riusciva a placarlo nè a persuaderlo.
— Ah, povero il mio grigio! — diceva poi, e gli metteva la palma della mano su la sua testa rozza e gliela scoteva; ma nè pur questo bastava a farlo sorridere.
Mia madre lasciava fare e dire. Si accontentava della sua parte di padrona di casa, che adempiva con la maggior cortesia possibile. Solo a fin di tavola, quando le bottiglie preziose si vuotavano con rapidità spaventosa e le voci minacciavano di farsi roche e le proposizioni audaci, ella si appartava con qualche pretesto.
Che cosa passasse fra il babbo e la mamma io non lo seppi mai. Era debolezza di carattere, era acquiescenza e venerazione ai desideri di lui, era timore di infliggergli un colpo mortale convincendolo del suo errore e della sua ingenua buona fede? Io, ripeto, non lo so: forse era un po' di tutto questo.
La baraonda politica cessò per esaurimento un po' per volta, cioè quando gli amici democratici si accorsero che il meglio era mietuto e che poco restava da cogliere ancora.