Allora la vita si ristrinse fra noi tre molto amichevolmente. Io era allora un giovanetto sui quattordici anni e stavo tutt'orecchi ai discorsi del babbo, specie dopo pranzo.
V'era una gran stanza da pranzo con vecchi mobili di quercia che salivano sino al soffitto. Le tre finestre, che prendevano tutta una parete, davano sul parco e v'entrava la luce verde e silenziosa della campagna.
La mamma lo ascoltava: non diceva nè sì nè no. Quello che faceva lui era per ben fatto. Egli si eccitava dopo pranzo; perchè un'altra vena di attività irrequieta gli si era aperta e ne ragionava con la sua solita volubilità lieta e rumorosa.
Oh, egli avrebbe messo in piedi il patrimonio nel giro di un paio d'anni. — Qui l'agricoltura va ancora col sistema di Noè — diceva; — bisogna rinnovare tutto. Farò venire le macchine dall'Inghilterra, dalla Francia, dal Belgio, e se occorre, i concimi chimici: prenderò in affitto una ventina di poderi, stipendierò un agente tecnico e.... e vedrai.... vedrai! Per la gloria della casa poi, visto che io non ci sono potuto riuscire, ci penserai tu — e si rivolgeva a me. — Ma bisogna studiare, perchè oggi i tempi sono mutati e non basta più essere ricchi come ti lascierò ricco io ed essere nobili, ma bisogna anche essere istruiti; e questa è una cosa giusta, non è vero Ersilia? E tu studierai, non è vero? — E mi posava la mano, una mano larga, ardente su la testa: era la sua mossa favorita, e mi ricordo che mi faceva male con l'anello che portava all'indice, e mi scoteva la testa che allora avea molti riccioli biondi a riflessi di rame che erano una delle debolezze della povera mamma.
Sebbene allora le acque fossero basse e le cambiali degli amici politici scadessero con la regolarità della classica goccia su la pietra, tuttavia mio padre non aveva smesso che poco dell'andamento domestico: due cavalli in istalla per la carrozza della mamma; un bel polledro bajo, balzano da due piedi, che era una grazia, per me da cavalcare: e la rigida correttezza del costume inglese, di prammatica in simile genere di spassi signorili, era stata temperata dal gusto d'arte di mia mamma, che voleva che io portassi una larga giacca di fine velluto, un bel cappello all'italiana sotto cui i capelli fuggivano a ciocche; e mentre io cavalcavo per le vie di campagna che su per le colline salivano e discendevano, ella mi seguiva con lo sguardo intento dal terrazzo più alto della villa.
Mio babbo oramai era tutto assorto nel suo lavoro di agricoltore. Le sue speranze erano senza limite e la sua felicità era raggiante: il patrimonio di famiglia sarebbe stato rifatto su le basi della sua attività e della sua industria.
I poderi vennero presi in affitto chè di nostri ne rimanevano ben pochi; le macchine arrivarono: trebbiatrici, aratri, sgranatrici, pigiatrici, ecc., ecc.; e poi grandi vagoni di guano e di concimi chimici vennero portati su fra le meraviglie, le dicerie, le invidie, le maldicenze, le crollate di testa dei villani, che ognuno voleva dire la sua.
All'antica compagnia degli imbroglioni politici, subentrò una compagnia nuova, meno numerosa, ma non meno dissanguatrice di agenti, commissionari, sensali e simile genìa.
Per quegli anni io ricordo mio babbo, anche nei giorni più affocati di luglio, su e giù per i campi, a sorvegliare, a dare ordini, a dirigere i lavori. Lo ricordo in mezzo a tutti quei villani con la sua faccia abbronzata, sotto un gran cappello di panama, una giacca di frustagno, le grosse scarpe di cuoio grezzo, e la barba rossiccia con qualche filo d'argento, accuratamente quadrata che cadeva su lo sparato di batista fragrante.
Morì tragicamente: una pugnalata terribile nel cuore che lo lasciò freddo, stecchito.