Ecco come: la festa di mezzo agosto, verso sera, su la piazza, fra un grande tumulto di villani avvinazzati, un certo tale noto e temuto per sanguinaria violenza, aveva trovato a dire con un giovane; e la madre e la ragazza di costui atterrite urlavano aiuto, per la madonna, che lo ammazzavano il figliuolo; e tutti facevano largo, e guardavano senza muoversi. Passa mio babbo, e le donne e tutti a gridare: «Signor conte, signor conte, che lo faccia star buono lei!» E mio babbo si avvicinò solo, solo, sorridendo, con la mano levata per placare quel furibondo, quando una terribile coltellata nel cuore lo lasciò morto. Hanno avuto il coraggio di portarcelo a casa così! Dicevano che non era niente, che era svenuto, perchè aveva il suo sorriso e la sua indimenticabile sigaretta stretta ancora fra le labbra.
***
Dopo questo tragico evento mia madre non mise più piede fuori dal recinto del roseto e del parco, e la gente raccontò che era uscita di senno. Molti anni più tardi, poi, quando quella benedetta lasciò i patimenti di questa vita, fra quei villani si formò la leggenda, e dicevano che tutte le notti di mezzo agosto ci si vedeva per il parco l'ombra della contessa matta, vestita di nero con i capelli tutti bianchi giù per le spalle: e fu anche a cagione di queste dicerie che il palazzo ed il parco non trovarono più un padrone stabile, e finirono per cadere ne la rovina e ne l'abbandono. Queste cose mi furono riferite, perchè io al mio paese dopo la morte di lei non sono più tornato e la casa dove nacqui e che fu mia non l'ho più riveduta; certo è che anche dentro di me trapassò un'eredità di quella morte di persone e di cose.
Io, quando morì mio padre, aveva sedici anni: vennero dei miei parenti che mi condussero in una città con loro per seguitare gli studi; e, per mio conto, di quella benedetta non posso dir nulla all'infuori di questo, che non mi voleva più lassù al palazzo con lei. In quella casa che risonava a vuoto, v'era troppa morte e troppo dolore; ed ella, suppongo, paventava che il terribile male della sventura mi si attaccasse. Pietosa ed inutile previdenza, perchè il male lo aveva con me, entro di me.
Più tardi, quando io facevo gli ultimi anni di legge, ella fu presa da un'idea delirante, la quale però la sosteneva in vita e le serviva di norma direttrice. La nostra casa era caduta, la nostra casa doveva risorgere; io doveva essere il salvatore ed il redentore della casa. Come? e quando? e per quale via? Lei certo non lo sapeva; sapeva solo che la cosa doveva essere. Allora i cipressi avrebbero mandate fuori verdi fronde, e il fiordaliso d'oro che empiva il quartiere dello scudo, sarebbe rifiorito in sul suo campo: così profetava il bel motto latino crescet in aevum.
Allora, ma soltanto allora, io doveva tornare. Le stanze della villa chiuse e mute per tanti anni, si sarebbero aperte al sole; lei mi sarebbe venuta incontro, giù per la scalea, in mezzo all'applaudire dei clienti e dei servi, ed avrebbe esclamato: «Tu, o mio figliuolo, hai fatto finalmente ritorno! Quanto tempo ti abbiamo atteso! I miei capelli son diventati tutti bianchi, ma non ho voluto morire, sebbene i morti mi chiamassero e desiderassi morire; non lo volli per assistere al tuo trionfo in questo giorno felice!»
Su questo proposito non mi fece mai alcun progetto determinato, forse perchè non ne aveva alcuno; ma io capivo che la sua volontà, come la sua fede, erano indomabili. Bisognava riuscire: io doveva riuscire! Era questo pensiero che la teneva in vita. Quando le scrivevo: — Mamma mia, ho desiderio di vederti, voglio stare vicino a te qualche po' di tempo — lei rispondeva: — No qui, tu non devi impigrirti fra queste campagne; devi vivere in città per conquistarti il posto secondo il tuo destino.
Tale era la frase impreteribile, in cui includeva un senso mistico di cosa fatale.
— Ma gli affari, mamma — io le riscrivevo — tu sei donna, hai bisogno di qualcuno che ti assista, che ti consigli.... — Ella rispondeva: — Tutto va bene; agli affari ci penso io, io non ho bisogno di niente; tu pensa solo a te e a farti una posizione.
Io, insomma, non dovevo vedere, non dovevo saper nulla degli affari di casa, e forse era anche per questo che non mi voleva lassù con lei, dove ci sarei stato tanto volentieri a meriggiare sotto quelle piante, a pranzare io e lei in quella sala a pian terreno tutta silenziosa e verde per il riflesso del parco. E un'altra lucida ed incoercibile idea la possedeva: un giovane che è alle sue prime armi, che deve avere relazioni nel gran mondo e che vuol riuscire ad aprirsi una strada, deve spendere molto e senza risparmio; e se denari non ne ha, bisogna mandargliene. Secondo questa logica mia madre, senza nè meno che io le chiedessi, mi spediva denari con una gran profusione e mi ingiungeva di spenderli.