Perchè bisogna sapere che io frequentavo la società più aristocratica e mondana di F***, ma senza vizio come senza passione, cioè naturalmente. Le relazioni di mia madre, il parentado, il mio nome, mi avevano aperte tutte le porte; e pensandoci bene, mi pareva allora che non si potesse vivere che così, cioè che una persona di garbo dovesse necessariamente condurre quella vita oziosa e mondana. Alle volte, è vero, mi assaliva il dubbio che quei danari rappresentassero o un pegno di gioielli, o un podere che mutava padrone, o un prestito ad usura. Ma le sue lettere che dicevano sempre che stessi di buon animo, che gli affari andavano bene, mi tranquillavano per due ragioni; la prima perchè mi liberavano dall'obbligo di occuparmi dell'azienda domestica e di fare atti di energia, pur lasciandomi la coscienza tranquilla di aver adempito al mio dovere; la seconda perchè mi toglievano il doloroso dubbio di una possibile ruina. Quanto ad approfondire de visu la cosa, non ci pensavo più. Mia madre diceva così, dunque era così; e poi mi pareva che un patrimonio come il nostro dovesse essere come qualche cosa di intimamente congiunto alla antica gentilezza del nome e della famiglia, e che un temporaneo dissesto non potesse per nulla influire su la sua stabilità.

Rimaneva l'altra questione di conquistare quest'alto grado, questo posto degno del mio nome. Che cosa lei s'intendesse con tali parole, io allora non sapeva chiaramente: la spiegazione più semplice che io sapessi darvi era quella di vivere onoratamente come si conveniva a gentiluomo e come nel fatto viveva. Alle volte il vero, cioè la vera volontà materna, mi balenava alla mente, ma la mia inerzia mi impediva di venire ad una spiegazione concreta.

Chi sa? — pensava — forse vuole che io mi faccia un nome come avvocato, come uomo politico, che scriva dei libri, che mi metta ne gli affari, che so io. Tutto ciò mi sarebbe piaciuto, ma in che modo? e da dove si comincia? Io capiva abbastanza bene che a me mancavano tanto le forze dell'ingegno come quelle della volontà per raggiungere una così difficile meta.

Fuori della classe sociale ove il nome e la fortuna mi avevano collocato, che cosa avrei fatto? Alle volte, è vero, mi vinceva una gran melanconia pensando a quante illusioni quella povera mamma si facesse sul conto mio, e avrei voluto venire a delle spiegazioni: ma, ripeto, non ne ebbi mai il coraggio: sentivo che le avrei dato troppo dispiacere togliendole quella illusione. Del resto questi erano momenti passeggeri di tristezza e di dubbio: la solita vita mi riassorbiva naturalmente.

***

Ci volle la conoscenza nuda e cruda della rovina in cui eravamo piombati per togliermi la benda dagli occhi e farmi prendere una risoluzione.

Ecco come fu: per Natale, una volta, volli andare a casa a far le feste con lei: era tanto che non ci era stato e morivo della voglia di rivederla.

Nevicava, nevicava da parecchi giorni, dì e notte, come ne le fole, a grandi falde.

Ma era il Natale! Quanti ricordi si congiunsero a quel nome soave! Ricordai quando tutto il palazzo era in festa, quando v'erano tanti invitati che dormivano anche ne le stanze del palazzo. Erano parenti, amici venuti da lontano; mio babbo li voleva tutti vicino a sè in quel giorno. Egli che volevano portare come progressista e repubblicano alla deputazione politica, aveva una melanconica religione degli usi e dei buoni costumi di una volta. Mi ricordo che voleva persino che ne la nostra cappella si celebrasse la messa di mezzanotte. Ricordo anche la cucina, con la cappa del camino grande come tutta la parete. Lui vi scendeva madido di neve con gli stivaloni infangati e la carabina a tracolla e su la tavola rovesciava il carniere pieno di selvaggina da lui cacciata, e dava gli ordini alla cuoca che parea comandasse una carica alla baionetta; e poi v'erano certe schidionate enormi di capponi che rosolavano al fuoco. Fuori imbiancava la neve proprio come faceva allora. Giorni soavi!