La memoria di quella giovanezza di cose e di vita mi vinse. Telegrafai che sarei venuto anche contro la voglia di lei e dissi il giorno e l'ora.
Partii. Ero tutto lieto di passare le feste a casa e fantasticava giovanilmente in quel tepore che vince durante il viaggio, specie sedendo come io sedeva su di un soffice divano di prima classe, ravvolto in una superba pelliccia.
Si giunse. Dal finestrino del vagone, mentre il treno rallentava, aveva visto una carrozza chiusa, ferma su lo spiazzo deserto che è dietro la piccola stazione dove si scende per andare su al villaggio. Non ce n'erano altre. Ma la carrozza e il cavallo non erano i nostri, però riconobbi Beppo che stava a cassetta. Tutto questo mi meravigliò con un senso pauroso di presentimento del vero. Il brav'uomo se ne stava più curvo e più vecchio del solito sotto la neve, e pareva così assorto che non si avvide nè meno dell'arrivo del treno. Egli era tutto chiuso in una vecchia livrea verde di famiglia coi paramani d'oro stinti, ma la carrozza, dico, non era più la nostra; era un fiacre da nolo di forme preistoriche che stava su a forza di corde, e il cavallo era così alto e macilento che su quella neve, col muso basso e le gambe davanti piegate, faceva un effetto spettrale. Indovinai tutto, e il cuore mi si serrò: pure non chiesi nulla a Beppo. Egli mi salutò scoprendosi, ma non disse parola; sferzò a parecchie riprese la rozza che si mosse indolente fra il cigolare delle ruote e delle molle sconquassate. Quel cavallo e quel fiacre da zingari erranti e quel servo chiuso ne la livrea gentilizia offrivano un contrasto simbolico e miserevole. Un borghese democratico ne avrebbe riso a crepapelle, un filosofo di cuore avrebbe pianto. Per buona sorte non v'era alcuno per la via, e i pochi villani che si incontravano di tratto in tratto facevano largo e si arrestavano meravigliati al nostro passaggio; e da un sommesso parlare pareva si interrogassero se qualche cerretano giungesse al villaggio.
La strada bianca di neve passava lentamente. Quando su lo sfondo plumbeo di quel cielo si disegnò il profilo del palazzo di mio padre e di mia madre, il cuore mi tremò e un singulto mi corse su per il petto e scoppiò in singhiozzi repressi su la spalliera della carrozza; e poi piansi a lungo.
Quella bestia slombata quasi di passo e fumando per tutta la pelle, saliva le giravolte del colle fra la neve e il silenzio che incombevano sui campi. Il silenzio della neve! Si udiva solo l'ansimare della rozza e lo scuotersi stridente dei vetri ne' telai sconnessi. Giungemmo. I quattro cipressi dormivano sotto la neve che li impellicciava, come sentinelle che non hanno più nulla da custodire. La porta d'ingresso a vetri si aprì: mia mamma stessa la aprì e mi accolse ridendo insieme e lagrimando. Mi condusse subito ne la stanza da pranzo dove ardevano pochi sarmenti: ma alla rigidezza dell'aria si capiva che da poco tempo era stato acceso quell'etico fuoco. Su la tavola grande e quadrata la tovaglia di lino si stendeva come una candida nevicata, chè tutto il ricco vasellame d'argento e di fine cristallo non c'era più.
Il vento borea della miseria avea spazzato via tutto. Solo in una antica e preziosa terraglia a fiorami azzurri che l'ingorda ignoranza dei compratori dovea aver rifiutata, erano due grappoli d'uva con gli acini tutti vizzi e con alcune mele dalla pelle rugosa e ferrigna.
Io mi sentiva piombare l'angoscia e lo stupore sul capo e pure pareva che non fosse vero. Vero! e i miei sensi si rifiutavano di credere. Anche alcuni lembi del damasco che copriva le pareti si erano slabbrati, e l'umidità e il gelo penetrando attraverso le screpolature del muro, vi si erano grommati in una specie di muffa; altri lembi cadevano accartocciati in sè stessi accidiosamente. Mia madre non si accorgeva o fingeva di non avvedersi di nulla.
Mi fece sedere vicino a sè, attizzò il fuoco, e mi passò il braccio sul collo. Domandava con premura notizie della contessa B....; che cosa n'era della figliuola della signora C...., che ella tenne a battesimo.
— Si deve essere fatta carina! Tu le fai la corte, scommetto? Domandava se la marchesa A.... era sempre così bionda, se dava ancora quelle feste così ricche che se ne parlava per dei mesi prima e dei mesi dopo. — Quanto avrei caro di vederla!
Poi cominciò a parlare di me con una volubilità ardente. Io rispondeva sì e no, ricambiavo i saluti, raccontavo distrattamente, ma lei non se n'avvedeva: io guardava, io non potevo distogliere lo sguardo da quella sua mano che cadeva sul mio petto, scarna, diafana, inerte mano come di morta; scarna così che l'anello nuziale si appoggiava obliquamente su l'osso del dito. Per quanto tempo ancora ci sarai conservata tu, o mano materna, a ravviarci i capelli e tergerci le lagrime? E dopo? Io la presi quella mano e la sollevai piano sino alle mie labbra come la mano dell'amante e la baciai; ed ella sorrideva lagrimosamente.