Volsi lo sguardo al rumore: vidi e non compresi alla prima; poi compresi e un turbamento profondo mi agitò il sangue come nel brivido della febbre. Rimasi lì, nascosto dietro la siepe a guardare senza muovermi. Solo il sangue mi affluiva a ondate larghe al cuore, e poi risaliva al cervello.

Erano due di quelle spigolatrici, scalze, presso ad una bica, poco distanti dal luogo ove io stava.

L'una, alta, adusta, quasi sbilenca, co' capelli neri arruffati come un cimiero affricano si avventava sull'altra, e il riso le scoppiava come una canzone baccante fuori dei denti bianchi. L'altra era più piccola e con un volto quasi infantile, ma tutto acceso. Un fazzoletto scarlatto le si annodava dietro la nuca, e ne scappavano pochi riccioli biondi madidi di sudore. Ma le anche deformate dalle fatiche precoci e le mammelle esuberanti di giovanezza, minacciavano di liberarsi dai legami del busto.

Essa sembrava beata di farsi buttar giù sui covoni che gemevano con un fruscìo di seta, e rideva, rideva lei pure; ma di un riso sciocco o schernevole che mi paresse, e squillava come argento.

Poi quando era caduta giù supina, si rizzava contro la compagna e questa le si avventava contro di nuovo con le braccia tese in avanti; e quella tornava a cadere.

La piccola bionda diceva ridendo sempre — Mala femmina! — La bruna risospingendola quando si levava, diceva — Quanto sei bella! — e la voce aveva oramai un suono tetro di lascivia, e più non rideva. E poi girava lo sguardo come belva spaurita per ispiare se uomo o donna fosse per quei campi. In uno di quei momenti la bionda colse il destro, e riuscì a scappar via, di corsa, sghignazzando; ma si andò a nascondere dietro un altra bica più lontana; e la bruna dietro, in due salti, come una lionessa, la raggiunse e si nascosero dietro il mucchio delle spighe.

Allontanarsi era facile: ma le risa di quelle donne certo riempivano tutta la muta campagna, perchè come io discendeva giù per il sentiero, così quelle mi seguivano, e mi pareva che dietro la bica le due procaci sapessero di essere scoperte e pure non arrossissero; ma mi venivano dietro con le loro risa, ed esse mi schernivano ed io ne aveva vergogna. Io ne aveva vergogna, non esse, e pure la loro impurità era bestiale ed orribile, orribile al punto che vinceva la ragione e incuteva un vaneggiamento di precipitarvi, come a chi contempla gli abissi.

E non v'era nessuna imagine o voce di purità e di virtù che si levasse al mio soccorso, io che le invocavo!

Le sentenze degli asceti e dei padri della chiesa, le scritte dei filosofi stavano rigide come le statue dei santi mitrati che sono ne' templi: le invocano, le invocano le supplicanti, ma essi non fanno un passo per venire in aiuto, e solo fissano le pupille d'oro come gente abbacinata.

Anche invocai quello scetticismo che mi aveva fatto perdere la fede ne le cose più nobili e belle: ma nulla poteva nè meno esso, che era stato così potente. E pronunciai anche come scongiuro una massima di antico re, in cui molti affermano che si compendî la saggezza della vita: «Tutto è vanità!» ma quelle risa si pigliavano giuoco anche di quella sentenza.