Chiamai pure a raccolta gli avvertimenti materni, le prime massime di virtù udite da fanciullo; ma non avevan valore contro quel riso baccante, grande, e che pareva oramai una solenne cosa, tanto solenne che le piante, gli alti steli dell'erbe non battevano fronda o fiore come intenti ad ascoltare e bearsi di quella voce ridente.

E allora per la calda afosità del tramonto, in quel muto languire del giorno, una figura di donna nuda, meravigliosa e splendente come un sogno, sorse alla mia vista, e si aggirava veloce fra gli alberi come se i piedi a pena lambissero il suolo, e con le braccia sollevate e le palme distese e le chiome accarezzava le erbe e i fiori presso cui trasvolava, come una benedizione.

Il riso lascivo si era mutato in una voce distinta come una cantilena, e quella voce usciva dalle labbra di quella fata.

***

Diceva: «Io sono impudica come Pasife, io sono casta come la Sibilla, io sono forte come Ippolita, io sono sapiente come Minerva: io sono eterna. Proteo aveva meno forme di me, e sono anche orribile più di Megera, e sono anche fatale e bella più di Medusa. Nè Arianna con Bacco rise più pazzamente di me, nè Niobe impietrata diffonde dal Sipilo più rivi di lagrime di quante io ne sparga.

Io sono proteiforme, e pure sono una.

Ma tu mi hai conosciuta soltanto avvolta di bende, severa e terribile, sopra gli altari. Lassù io sono la virtù e la sapienza, e in quella forma mi hai adorato: ma sappi che spesso io fuggo fuori delle bende e delle infule, le quali rimangono e rendono la mia figura agli adoratori del tempio: ma io non vi sono più. Io corro fra i campi e talvolta rido come le villane che tu hai inteso: e pur non sono colpevole; io trascorro nuda e non sono impura; io porto nel mio grembo la fecondità, e vergine sono.

Io sono eterna e son giovane; io corro pei campi e l'erbe crescono dietro di me. Vedi: la selva era nuda ed irta. Oggi è tutta chiomata, e le gemme diventarono fiore e frutto; gemono i rivi, ride e spira il mare. Chi fu? Io.

Io non ho virtù, come non ho colpa; io do luce al cielo, io faccio fremere e contorcere le piante che si aprono e fecondano, io avvolgo tutte le cose create di un invisibile filo, e tutto germina e palpita, e traggo il mondo affascinato dietro di me; però se io rida o pianga nel mio eterno lavoro, nessuno mai saprà perchè questo è il gran mistero.

V'è una leggenda antica: Ifigenia in Tauride sacrifica e svena alla Dea Artemide qualunque uomo a quelle selvagge terre approdi. Io pure godo dei sacrifici umani, e però sappi anche che la Sventura e la Pazzia mi seguono come il rosso giustiziere seguiva gli antichi re. E pure io amo gli uomini e li inebrio della mia felicità e della mia voluttà; ma questa è riserbata soltanto a coloro che non sanno chi mi sia e non cercano di indovinarmi. Chiunque vorrà essere scrutatore della mia divinità sarà oppresso dalla stessa mia gloria.