Nora

Ne la stanza di Nora entrava il sole.

Era una dolce mattinata di febbraio senza nebbia e senza vento; e quell'onda di luce si estendeva con l'allegrezza infantile della stagione che ormai si rinnova, per il lettuccio bianco, su per il ripiano del comò, su per la mussolina candida che copriva la toilette.

E quivi e ne la luce dello specchio rinfrangendosi, suscitava un più vivo riflesso come di pagliuzze e di cirri d'oro, dentro cui pareano nuotare e godere i molti ninnoli che vi erano sparsi e confusi.

Molti ve n'erano: alcuni puerili, altri che rivelavano la mondana sapienza e l'eleganza di Nora; ma gli uni e gli altri stavano in buona armonia e senza scandalo delle vicinanze: anzi, risvegliati a quel sole, pareano ragionare e ridere sottilmente fra loro, quasi fossero un coro di piccoli genietti maligni. V'erano, fra gli altri, due pupine di smalto, rosee e snodate che volevano nascondere le loro nudità entro il pizzo di un fazzoletto, un gruppo di ciondoli d'argento, i tre ladroni della Gran via, un mazzolino vizzo di gardenie, un tubero di giacinto con le radici natanti in una caraffa, due giarrettiere aggrovigliate come biscie presso un libriccino da messa, piumini che si abbeveravano ne' carnali profumi della cipria, e tutti e tutte susurravano, ridevano, e spedivano i loro messaggi ad ignota destinazione lungo i raggi del sole.

E quel loro susurro poteva essere inteso da una di quelle anime che hanno il sesto senso di intendere la melanconia e il linguaggio delle cose, se in quella stanza avesse avuto la grazia di penetrarvi; l'avrebbe ben potuto intendere perchè le due persone che vi erano non si parlavano: Nora scriveva, e una servetta, in cuffia e grembiale, metteva la stanza in assetto: dal di fuori non giungeva alcun rumore.

Le mura di quel palazzo attutivano ogni frastuono della città, e dal giardino su cui dava la finestra di Nora, non si elevava altra voce che il pispiglio delle passere, ora simile ad un sorriso soffocato, come risposta alle malizie dei piccoli genietti; ora più intenso e modulato a canto, quasi un richiamo d'amore che venisse da ignota parte.

Le passere si levavano a stormo da un gruppo di quattro o cinque platani; giganti secolari che si aprivano in tronchi, in branche, in rami, in ramoscelli, oltre il cornicione del palazzo. Affondati con le radici in quel recinto, parevano sognare le foreste spesse e vive, palpitanti al sole e ai venti ne la selvaggia libertà della materia.

Ma gli stormi delle passere garrivano a prova e si spingevano con tanto impeto su fino ai più sottili rami, che questi ondeggiavano a lungo..., poi se ne staccavano; una si spingeva sino al davanzale della finestra, allungava il collo, lo inturgidiva e vibrava delle note furenti come un'ambasciata, e poi volava via. Ma Nora non ascoltava quel canto, nè si accorgeva del destarsi delle cose al tepido sole.

Nora scriveva una lettera, o più tosto la copiava da un libro.