Il braccio fuor dell'accappatoio e la mano si moveano in fretta sul foglio.

I capelli liberati dalla fronte come un cimiero selvaggio, ad ondate scorrevano giù lungo la spalliera della seggiola. Ogni tanto però ella si arrestava, puntava la penna in aria, si mordeva le labbra e faceva saltellare la pantofola su la punta del piede, poi ripigliava a scrivere.

— Auf! è finita, finalmente! — esclamò buttando via la penna come un arnese di tortura, e si rovesciava indietro per isgranchirsi le membra.

A quella esclamazione la servetta si volse e domandò sorridendo:

— È lunga?

— To', guarda, due e due quattro facciate....

— Questa volta sarà contento il signorino.

— Lo spero bene. Ma è un lavoro da copista un giorno sì e un giorno no scrivere di queste letterone...; lasciami un po' muovere. Si levò e apparve rigogliosa e superba in quella cruda verginità delle forme; poi si mosse, girellò per la stanza e infine si postò dinanzi allo specchio, e con ambedue le mani sollevando quella massa di nere chiome e immergendovele dentro, cominciò a pettinarsi.

— Un lavoro da copista! — seguitava. — Ah! ora che ci penso, nascondi il libro; lui è capace di venire a frugare anche ne la mia stanza.

— Se è capace!... — rinforzò la servetta.