— Ah, se ci avessi la dote, non dubitare che non sarei rimasta tanto per i loro begl'occhi!....

— Ma dunque non ci ha la sua dote? — ridomandò con gran sorpresa Lisetta.

— Se non se la fosse giocata mio padre prima di ammazzarsi, ce l'avrei ancora; ma l'ha fatta saltar lui a Montecarlo. Ah! cara mia — seguitò consolandosi ne le memorie del passato —, quella fu una disgrazia, una disdetta da non darsi pace. Ma che vita si faceva allora, se tu l'avessi provata! Pensa che si viaggiava tutto l'anno: io era ancora bambina, ero libera come il sole. E come mi divertivo! Avevo la bonne; ma quella badava a fare l'amore!... Dopo ho fatto la penitenza quando la zia mi ha raccolta qui per carità, orfana e senza niente....

— Sicuro che allora — sentenziò Lisetta — lei ha la sua buona ragione di tenersi da conto la signora e di fare a modo suo. Lui, già, il signorino, non campa. Dopo chi resta? Nessuno: e la parente più vicina è lei. Anche la vecchia non vivrà mica gli anni di Noè, e allora il palazzo, tutti i finimenti d'oro e di brillanti, e tutto il capitale viene a lei per legge.... Poi lei sposa quell'altro.... e tutto finisce bene.... — Così seguitava ad almanaccare Lisetta.

Nora non diceva nulla e seguitava a vestirsi.

***

Dopo mezzodì il cameriere venne ad annunciare a Nora che il pranzo era servito.

La tavola era preparata per quattro, ma ne la sala v'era solo suor Angela, una specie d'infermiera; donna senza sesso, lunga ed ossuta. Si stropicciava le palme con forza e pianamente, dilatava le narici e stirava le labbra: segni di un costante e solido appetito.

— Adesso madama viene — disse a Nora con la sua voce ombrata e fuggevole di sibilanti —; l'ha voluto aiutar lei a vestirsi. Una martire, povera signora, una vera martire!

Nora non disse nulla.