Febo entrò dando il braccio alla madre.

Non era brutto Febo: anzi un certo non so che di signorile e di eretto nel portamento e nel vestire allontanava a prima vista l'idea della tisi che lo minava; ma osservandolo meglio nel volto, sotto la pelle terrea e smorta, troppo forti apparivano i rilievi e le insenature del teschio, e ciò incuteva non solo pietà ma ribrezzo, tanto più che la forza tetra del male spirava da tutta la sua persona. E questi sentimenti si imprimevano più vivi per ragione di contrasto quando parlava e sorrideva, giacchè in quel volto gli occhi grandissimi e neri scintillavano e la voce avea quelle inflessioni di quiete e di soavità che hanno quelli su cui spira vicina la beatifica aura della morte.

I capelli solo conservavano la vita che da tutto il corpo gli sfuggiva, chè erano di un nero bellissimo e lucente, e incorniciando a lievi ondate la fronte, vi imprimevano quel non so che di ingenuo e di nobile che è proprio della sacra e ancor virginale giovanezza del maschio.

Appena vide Nora, le pupille scintillarono di più larghezza, le guance gli si colorirono di un fugace rossore, e le labbra tracciando un fuggevole sorriso scopersero il madore dei denti, d'un color grasso d'avorio.

Lasciò il braccio di sua madre e accostandosi galantemente alla giovane:

— Come va, cugina? — chiese con lieve turbamento; — e come siete bella! — esclamò poi fermandosi a contemplare quella rigogliosa forma di giovane donna.

Nora interruppe e chiese di lui, come stesse, se la tosse era diminuita, se più riposato il sonno durante la notte.

Febo rispondeva di sentirsi assai meglio. Oramai con la buona stagione si alzerebbe tutti i dì; poi l'aura mite e il mare della riviera avrebbero compita la guarigione.

Si posero a tavola. Febo sedeva presso Nora e con bel servire e con piacevoli conversari si studiava di renderle gradita la sua compagnia.

La vecchia signora, non osservata, osservava ansiosamente il figliuolo, e ogni tanto dei fremiti convulsi le agitavano le estremità delle labbra. La suora badava a mangiare con correttezza, non perciò meno vorace.