Sovente la signora con voce timida e persuasiva osservava:

— Febo, non parlare tanto; sai che ti fa male....

— No, mammina, sta buona — e seguitava a conversare con Nora.

Ma una volta si eccitò d'improvviso perchè lei, la povera mamma, ripeteva sempre la stessa raccomandazione.

La voce gli tremò di rabbia, spiegazzò la salvietta con tutte e due le mani e disse con voce stridente e convulsa:

— Ma che sono un bambino, io? Tu dici che sto meglio, lo dice il medico, lo dicono tutti: oggi v'è un bel sole, m'alzo, mi sento bene, e non volete che parli? Allora vuol dire che sto molto male. Voglio parlare finchè mi pare. Sei noiosa come tutte le mamme!

La povera donna abbassò il capo senza rispondere, ma il moto convulso delle labbra si accrebbe, e quando non potè più trattenere il pianto, si alzò piano e se ne andò senza che Febo se ne avvedesse.

Egli si era subito calmato e seguitava a parlare con Nora della villa in riviera, del mare, del dispiacere di aver perso due anni di studi, dei progetti per l'avvenire.

— Sapete, cugina, quando avrò la laurea? a venticinque anni. E se a uno di quelli che hanno bisogno di guadagnarsi il pane fosse toccato il mio male, con tutta la spesa e le cure che ci vogliono, come avrebbe fatto? Eh, un po' di socialismo bene inteso non guasta mica, non è vero, suor Angela?

Suor Angela aggrinzò il naso senza rispondere.