Febo intanto era riuscito a posare la mano su la palma di lei e mormorava piano che la mamma non intendesse:
— Come saremo felici quando sarai mia..., la sposa mia..., l'anima mia!... Tu potrai comandare i miracoli e io li farò....
Il raggio di sole era salito via, e la storia di Lourdes era finita: l'ora piegava verso il vespero e la signora e suor Angela con vaghe e timide parole allusive cercavano d'indurre Febo a ritornare a letto.
— Sentite quello che dice vostra madre? ubbidite, cugino mio, è per vostro bene — disse nettamente Nora che aveva capito a che voleano intendere le due donne.
Febo allora si levò, e salutatala con un:
— A domani, dunque! — si avviò verso la stanza seguito dalla madre e da suor Angela.
Anche Nora poco dopo si ritirò ne la sua stanza; ma il sole non la illuminava più, anzi ci si sentiva un'aria fredda che faceva come rabbrividire la pelle.
Si ravvolse le spalle in una mantellina e sedette presso la finestra. Avrebbe voluto far qualche cosa e pensare ad altro, ma l'imagine di Febo non le si voleva partire dalla mente e ne sentiva tristezza.
Povero Febo! Rivedeva la sua faccia smorta, le risonavano le sue parole. No! non sarebbe guarito più: da quel palazzo sarebbe uscito, ma solo in una bara stretta e nera.
Ella stessa quando parlava di lui, non diceva sempre: «Febo era, Febo faceva?» Si vede dunque che per lei Febo non era più una persona viva. Era destino, doveva morire; ma non sarebbe stato solo a morire: qualche cosa anche di lei Febo si sarebbe portato via nel mistero della bara, qualche cosa anche della giovinezza di lei. Era questo il pensiero che confusamente la impauriva. Nora si guardava le mani su cui si erano posate le mani di lui come a cercare se ne rimanevano le impronte, se sentivano ancora il madore della etica pelle. No, lei non lo voleva seguire. Era Febo che voleva bene alla sua giovanezza; e per questo la divorava con gli occhi, ma lei non voleva.