Da cinque anni, da che la zia l'avea accolta orfana e povera, era legata a Febo, a quel bambino grande che adesso moriva. Si ricordava il giorno in cui l'aveva visto per la prima volta. Veniva dalla scuola ed era entrato nel salotto cantando e buttando i libri su di un sofà. Ma appena vide la giovanetta, che era giunta da poche ore, tutta vestita a lutto, si fermò, si ricompose e rimase lì come impacciato.
— Questa è la tua cuginetta che ha avuto tante disgrazie e che tu amerai come una sorella — disse la signora.
— Oh, questa è mia cugina!... — avea esclamato e da quel giorno se ne era innamorato morto.
Allora, nei primi anni, anche Nora era una ragazzina e ci pigliava gusto a stuzzicarlo; a vederlo così.
Quelle lettere sentimentali che non finivano mai, quel raccogliere i fiori che lei toccava, baciarle i capelli che portava lunghi e sciolti, quelle frasi di adorazione, di paura che lei dovesse fuggire, che era l'allodola, il sogno, il raggio di sole, erano cose che allora le piacevano. Ma più ella cresceva nel rigoglio delle forme e delle carni, più lui sprofondava in quell'ebbrezza di stupida contemplazione. Arrossiva al vederla, piangeva pensando a lei, lo sentiva tremare tutto quando gli porgeva la mano o per caso lo toccasse col ginocchio o col piede.
Nora oramai si era fatta grande, sapeva tante cose e quell'amore da ragazzi non la soddisfaceva più. Gli uomini non devono amare così, pensava. Fu a quel tempo che conobbe l'altro in un salotto dove le era stato presentato, e se ne era invaghita con un senso di soggezione che non avea mai provato per Febo.
Quello sì era un bel giovane; così elegante, così mondano. Nè Febo nè altri se ne erano accorti. Febo era così bambino, di che cosa si sarebbe accorto lui? Al teatro l'altro c'era sempre quando lei ci andava: al corso, alle feste quando le si accostava e la salutava, Nora provava un brivido di orgoglio e di gioia pensando: «Questi è mio!».
Ma da quasi due anni, da che Febo si era ammalato, la zia non riceveva più nè si andava ad alcuna festa o ritrovo dove potesse abboccarsi con lui. Era molto se lo poteva scorgere qualche volta di sfuggita quando usciva in carrozza per andare a messa. Intanto gli anni passavano, e lui si sarebbe stancato. V'erano tante donne che sospiravano il suo amore, che glielo avrebbero rubato! Questo pensiero la struggeva con un senso di gelosia e di rimpianto acre e senza conforto.
E poi v'era sempre quell'ombra pallida di Febo che non le si staccava mai. Anche dopo che si era ammalato il suo modo di amare era rimasto sempre uguale: lo stesso sentimentalismo, la stessa tirannide delle lettere che gli doveva scrivere e che egli leggeva e rileggeva ne le lunghe e solitarie ore del letto. Era rimasto sempre uguale; solo le pareva che i suoi occhi avessero talvolta dei lampeggiamenti tetri e ne le lettere di lui c'erano delle frasi che adesso le facevano paura, suo malgrado.
Diceva ancora: tu sei l'allodola che fuggi: io mi levo al mattino, e non ti trovo. Ma, aggiungeva: il cielo non è abbastanza grande perchè tu mi possa sfuggire, io ti raggiungerò, e ti terrò sempre con me!