Finalmente la tosse si placò e allora Febo riprese coscienza di sè e riguardò attorno per la stanza. La luce della lampada da notte, nascosta dietro il paravento verde, si diffondeva tranquilla; ma gli oggetti così illuminati dal basso in alto, i cortinaggi specialmente, quei cortinaggi che scendevano giù sul tappeto, avevano assunte attitudini fantastiche e si prestavano a paurose visioni.

La specchiera aveva poi dei riverberi strani. Tutto era immobile e muto...; pure pareva a Febo che qualche cosa si dovesse muovere fra poco e d'improvviso; che la porta si dovesse spalancare, o che la tappezzeria si dovesse aprire in una parte e una persona uggiosa avesse dovuto entrare alzando le braccia e parlare con voce cupa.

Chi era che entrava? Egli non lo sapeva; ma un'aspettazione paurosa lo teneva sospeso.

Ecco: era la suora che entrava. La suora con la tonaca che le sbatteva a dosso col rumore delle ali delle falene; con quella voce velata, con la faccia gialla: era lei che entrava a domandare se avesse bisogno di alcun servizio.

Era lei: era e non era lei, perchè si era fatta erta sino al soffitto come i cortinaggi, e la tonaca le cadeva giù dietro come un manto.

Gesticolava con delle braccia così lunghe che andavano sempre a battere contro le pareti. Pareva adesso una maga che facesse sue arti e chiamasse i demoni. «Monaca! monaca! Tu andrai all'inferno, non hai paura di andare all'inferno?» così credeva Febo di dire; e quella non rispondeva, ma scoppiò in un riso sgangherato che le aprì tutta la mascella, e chinando quelle braccia, si era preso i lembi della tonaca e si moveva a torno in una ridda: ma non urtava più nel soffitto nè contro i mobili perchè la stanza si era ingrandita come la scena di un teatro; tutto era gigantesco; lui solo era piccino e lontano come per chi guarda con un binoccolo a rovescio. «Monaca, monaca,» gli pareva ripetere «vengono i diavoli con i cavalli di fuoco e la carrozza di ferro, e ti portano in fondo all'inferno!» Ma la monaca non rideva più. Si era stesa supina su la poltrona a sdraio dove il medico faceva stendere lui per ascoltargli il petto, e quivi si contorceva con gesti da ossessa.

Egli la voleva scacciare quell'imagine impura e faceva dei gesti; e così avvenne che rovesciò un cristallo che era sul tavolo da notte. Il lieve rumore lo scosse e provò un senso di sgomento come s'avvide che non era desto, ma che era ricaduto un'altra volta nel sogno. Erano tutti quei calmanti che producevano tante e così stanche visioni. Allora per meglio destarsi girò il bottone della lampada elettrica.

La luce bianca, innondando di colpo la stanza, fece volar via la monaca con la tonaca su pel soffitto; e la stanza aveva riprese le sue proporzioni.

Finalmente era scomparsa! Era stato un sogno; ma non importa; il giorno seguente avrebbe pregato la mamma che la mandasse via. Già gli era sempre stata insoffribile quella faccia gialla! Doveva ben essere, sotto la tonaca benedetta, piena di cupidigie infernali! E poi se stava oramai bene, che bisogno c'era dell'infermiera la notte?

Via, via la monaca; solo lei, la soave, la immacolata Nora.