Dov'era lei? Nel suo letticciuolo, immersa nel sonno, con i capelli raccolti e le mani in croce sul petto.

Quando, mio Dio, pensava, sarebbero venuti i giorni della felicità? Perchè Febo vedeva sempre davanti a sè una grande felicità come di oasi con palme e fontane e quei giorni dovevano venire certo.

Tutto dipendeva dalla tosse, come diceva anche il dottore. Cessata la tosse, cessato il male; questione di tempo e di buona stagione.

Perchè l'aprile tarda tanto a venire? Allora sarebbe andato in riviera, in una bella villa, tutta circondata di verzura e di rose. Avrebbe visto il mare azzurro, con le barche che hanno le vele bianche e girano il mare quanto è grande: avrebbe visto il sole e la luna quando albeggiano, perchè le finestre le avrebbe tenute sempre aperte che ci entrasse tanta aria; e se egli stava male era anche perchè tenevano le finestre sempre chiuse e l'aria non c'entrava.

Non la voleva capir nessuno che la guarigione stava tutta lì: far entrare molta aria nel petto.

Ma in riviera avrebbe fatto entrare tutta l'aria che sta sopra il mare! E appena guarito, subito avrebbe sposato Nora. Un sogno, una felicità sovra umana, tanto che gli pareva impossibile. E perchè impossibile? Nora era contenta e questo era il tutto. La mamma certo avrebbe fatto molte obbiezioni, cioè che era troppo giovane, che doveva terminare gli studi; ma in fine avrebbe detto di sì. Era così buona la mamma! E poi v'era un argomento ultimo, decisivo: «Se vuoi che viva lasciami sposare Nora». Avrebbe detto di no? Dunque l'avrebbe sposata subito in riviera, ne la villa davanti a cui s'alza il mare: le vele lo percorrono; s'alza il sole. V'è un bosco di rose, Nora è stretta al suo braccio, gli si abbandona su la spalla....

Ma insensibilmente s'accorgeva che i pensieri gli si tornavano a confondere e a dilagare in molti sogni dove discendeva come in un gorgo cupo, quasi egli fosse una cosa grave, e laggiù gli mancava il respiro. Le palpebre gli si tornavano a chiudere e la luce che si sprigionava dalla lampada diventava animata e pareva dire: «Io sono bianca come l'aurora, io sono bianca come la veste da sposa, io sono bianca come una fata; io sono la fata lucente che ti trascino a poco a poco giù nei sogni e tu non lo vuoi ed io ti addormenterò lo stesso e tu verrai....»

No, egli non voleva più dormire, avea paura di quel torpore grave che si impadroniva dei suoi sensi, e con uno sforzo si levò a sedere sul letto e discese giù. Finalmente non dormiva, non avrebbe dormito.

— E dell'oppio non ne voglio più! — diceva legandosi i cordoni del lungo e denso camice da notte.

E infilati i piedi ne le babbucce, si mosse per la stanza come per liberarsi dalla nebbia del sogno. Sollevò la portiera e fece alcuni passi pel corridoio illuminato a metà dalla luce della sua stanza. Ma ebbe fatti a pena pochi passi che urtò contro l'usciolo a vetri. Non pensò per quale cagione potesse essere chiuso, ma si ricordò che era stato sempre aperto. Mosse la maniglia, e questa resistette. Allora con uno sforzo alzò il braccio e abbassò la stanghetta che fermava in alto i battenti, i quali non rattenuti che dal piccolo dente della serratura, si apersero con una lieve spinta.