E come avviene, io stavo in attesa che quel racconto di cui afferrava solo il suono e non il senso, finisse una buona volta per riprendere il sonno.

Ma che!

Quella era una macchina montata: bisognava aspettare che la carica fosse finita: Dio sa quando! Ma che non vi debba essere — pensavo fra me — uno scompartimento a parte per le vecchie chiacchierone, come c'è quello pei cani e per le donne brutte!? Perchè quella era evidentemente la voce di una donna vecchia e brutta per giunta; e in quel perpetuo cicaleccio queste parole ricorrevano con una nauseante insistenza: — mio figlio — Bonosaire — la Merica — la fortuna. E quello che più mi disgustava era che la donna non parlava in dialetto, ma in italiano e con quell'accento mezzo emiliano e mezzo lombardo, pieno di improprietà e di sgrammaticature che su le mie orecchie usate alla fluente e sicura ricchezza del parlare toscano, produceva un effetto di esasperazione e di tedio.

Alla prima stazione muto scompartimento. Ma il treno andava lento e la prima stazione era molto lontana. E per maggior disgusto le voci che a rari intervalli rispondevano alle interrogazioni di colei, avevano un'inflessione anche più disgustosa. Una voce d'uomo con accento meridionale, ma corrotto da cadenze e frasi straniere, rispondeva ogni tanto con un monotono ed invariabile: «Così è» ovvero «Col tempo todo se passa». Ma anche costui appariva seccato a giudicar dalla voce. Talvolta era un altro l'interpellato, perchè allora rispondeva una piena e gagliarda voce giovanile dall'accento tedesco e avea come dei baleni di riso: «Io, signora, non capir taliano!»; e la voce della donna di rimando con accento da straziare anche le orecchie di un maestro di francese: «Vous êtez français?» «Oh, no, no; io studente germanico di Heidelberg». E quella ancora a raccontare lo stesso le cose sue.

Era un affare disperato il mio di voler dormire: buttai via la coperta, mi ricomposi nell'angolo, e subito cercai con lo sguardo la terribile chiacchierona che sedeva nell'angolo diametralmente opposto al mio.

Era una figura volgare (così mi parve al primo esame) di una massaia o borghese cinquantenne. Vestiva dimessa con un abito di lanetta color avana e un cappellino nero di velo. Ella appena mi vide mi sorrise benignamente con gli occhi, come ne la speranza di aver trovato un nuovo interlocutore da supplire agli altri. «Hai proprio indovinato, la mia donna!» — pensai —, e rimasi impassibile.

Quegli che parlava napoletano, ed era di fronte a me, avea una faccia butterata dal vaiolo, faccia brutta e rude da mercante di carne porcina o di carne umana ne le emigrazioni dei miserabili dall'Italia in America. Gli sedeva vicina la moglie, una donna matura, alta, piena, dalle linee del volto regolari, ma fredde ed inerti. Per tutto il viaggio ella non si mosse dalla sua posizione, non sorrise nè diede alcun segno di ciò che le passasse per l'animo. Portava un cappellino inelegante ornato di molti fiori vivaci: braccialetti d'oro e catena grossa al collo, anelli alle dita la gravavano come emblemi di una ricchezza male acquistata ed inutile. Da quel grosso corpo uscirono due o tre volte delle frasi che si capivano a pena, con una voce sottile e disgustosa.

Il marito mi disse poi che la sua signora era di nascita tedesca ma sin da bambina vissuta a S. Paolo, però sapeva anche l'italiano.

Lo studente germanico che sedeva di fronte alla vecchia donna lombarda, era un gagliardo e sanguigno discendente di Arminio sui trent'anni, con un beato sorriso su le labbra e quattro o cinque cicatrici di rappier che gli deturpavano il volto largo ed imberbe. Egli pareva come incantato a quel fiume di parole di cui non dovea capir niente; ma evidentemente ci prendeva gusto. Si era chiuso nel suo scialle e, accomodato alla bell'e meglio nell'angolo, guardava la donna gesticolare e parlare con l'espressione di chi assista ad una rappresentazione. Quella colse a pena il mio sguardo rivolto su di lei, che mi domandò:

— Lei è italiano?