Amerò sempre i pallidi
morbi spavento e morte seminanti
come scrive a pagina ventitrè dell'incriminato opuscolo.
***
È un'anima che ha fame. Sentite: una volta un giornalucolo di provincia portava in terza pagina, prima del sonetto di réclame al Ferro China, un annuncio così concepito: «La riproduzione dell'effigie dell'illustre patriotta è stata affidata all'egregio giovane pittore Francesco A***....» Ebbene, io l'ho veduto per molti giorni consecutivi, contro suo uso, aggirarsi per le vie, fermarsi alle cantonate e spiare sul volto dei passanti se lo guardavano, se avessero letto l'annuncio, e poi domandare al giornalaio quante copie si vendevano del detto foglio. Egli ne avea le tasche piene.
— Hai comperato molto salame da cena? — gli chiesi vedendolo in quello strano atteggiamento e con quelle sacche rigonfie di carte. — Dice Murger ne la sua Vie de Bohème, che per diventare artisti, bisogna mangiare prima molti metri o chilometri di salcicciotto.
— No, è la giustizia che si fa strada — rispose, — forse è la via della gloria che mi si apre!! — e mi sciorinò fremendo il giornale.
Infelice! Dopo cinque anni ecco dove io lo ritrovo!
V'ho detto che egli per natura è sobrio: meglio: è un asceta. Sapete la sua storia, signori illustrissimi del tribunale? È breve. Suo padre era un clericale intransigente. Adempiva alle mansioni di distributore di libri ne la biblioteca municipale.
Percepiva cinquanta lire mensili, più qualche incerto commerciando in libri vecchi. Aveva una barba mosaica e una figura inspirata del vecchio testamento. Con quelle cinquanta lire manteneva la moglie, sè, una figliuolina e il presente suo figliuolo in una povertà decentissima e dignitosa. Al figliuolo insegnò lui a leggere e a scrivere, perchè alle scuole del Governo non lo volle mandare. Lo teneva sempre con sè sino alle quattro che si chiudeva la libreria e si apriva il Duomo per il vespero.