Il Cavour, come tutti sanno, è ritenuto il maggior rappresentante del partito così detto moderato. Ma sul senso della parola sarà bene intenderci. Che se per moderato si intendesse o mal larvata immoderazione retriva, ovvero moderata idealità, moderato sdegno, moderati ardimenti, si commetterebbe un grave errore di giudizio. Il miluogo o «juste-milieu» a cui giunse dopo il nobile fermento della prima adolescenza, non ha nulla a che fare colla solita via di mezzo, calcata da quei molti prudenti «che s'adombrano delle virtù come dei vizi»;[44] ma è l'equilibrio tra il desiderabile e il fattibile. La sua mente pratica non può fermarsi che su le cose possibili.
Può, vuole, anzi ha bisogno di smuovere uomini e cose, ma prescindere dalla prosa dei fatti come sono, per vivere nella poesia dei fatti come dovrebbero — forse — essere, non è del suo temperamento. Egli non è adatto per lanciare all'avvenire di quegli immensi valori fiduciari che tanto piacciono alle moltitudini, e perciò il suo pensiero non potè mai essere popolare; anzi ogni intemperanza demagogica, che muova da un postulato dottrinario, eccita in lui come una caustica secrezione di ironia. Di questo suo spirito liberale così informato a moderazione ci piace oltre ai molti documenti che la necessità del racconto ci obbligherà a produrre, riferire questi due i quali si possono ritenere veridici, perchè non sono tolti da concioni politiche ma da lettere intime. «Io reputo che non sarà l'ultimo titolo di gloria per l'Italia di aver saputo costituirsi a nazione senza sacrificare la libertà all'indipendenza, senza passare per le mani di un Cromwell; ma svincolandosi dall'assolutismo monarchico senza cadere nel dispotismo rivoluzionario».[45]
Il secondo passo è del 7 gennaio 1860, cinque mesi dopo Villafranca ed ha speciale valore perchè ci rivela il suo intimo pensiero per ciò che riguarda l'Italia e la politica di Napoleone III. Dico intimo, perchè diretta la lettera al De La Rive e confidata con questo avvertimento: «Io vi scrivo a cuore aperto, e vi tengo un linguaggio che sta male in bocca di un diplomatico. Ma con voi io non voglio essere che un vecchio amico, sicuro che voi non mi farete commettere delle imprudenze». Aveva in quei giorni Napoleone III accettate le dimissioni del ministro degli esteri, conte Valewski, di cui avremo occasione di fare menzione sovente, e chiamato in sua vece Thouvenel, «ennemi des prêtres». Dice dunque: «È evidente ai miei occhi che l'Imperatore s'è deciso dopo lunghe esitazioni a ritornare francamente all'alleanza inglese, per la quale egli ha avuto in tutta la sua vita il pensiero fisso. Quanto all'interno egli ha capito che il partito clericale lo trascinerebbe verso la china fatale che ha perduto Carlo X. Egli ha subodorato una reazione violenta contro il partito ultramontano, un ritorno appassionato verso i principi del '89 e l'ha rotta con Roma. A mio avviso la decisione dell'Imperatore non è dubbia. Il giorno in cui ha fatto all'arcivescovo di Bordeaux la sua famosa risposta, di cui l'importanza non era minore ai miei occhi che quella dell'opuscolo «Il Papa ed il Congresso», io ho esclamato fra me: Io perdono all'Imperatore la pace di Villafranca: egli sta con ciò per dare all'Italia un aiuto ben più grande che con la vittoria di Solferino. L'alleanza inglese e la rottura con Roma devono necessariamente dare al governo dell'Imperatore degli andamenti più liberali, o almeno più larghi e più popolari».
Gli occhi del Cavour si chiusero a tempo. Egli morendo potrà dire: «L'Imperatore è molto buono con noi». Egli non udì la fucilata di Aspromonte e di Mentana; non lesse le lunghe, diuturne, affannose o pietose pratiche dei ministri italiani a lui successi.[46] Non vide (e sarebbe avvenuto, lui vivo?) l'Imperatore, tratto contro l'opera propria. I suoi occhi si erano chiusi. Ma che egli avesse visto la meta a cui tendeva Luigi Bonaparte, fra impedimenti immensi, lo dice la storia, quella che è più sigillata; e delle forze avverse che trascinavano l'Imperatore anche questa semplice narrazione offrirà prove non poche.
«Quanto all'Italia» — prosegue il Cavour — io ho il convincimento che le restaurazioni non avranno luogo e che il potere temporale dei papi è distrutto; e in uno spazio di tempo poco considerevole, il principio unitario trionferà dalle Alpi alla Sicilia».[47]
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Questo ammirevole possessore del senso del reale non potè accordarsi con colui che fu detentore massimo del senso dell'ideale, cioè col Mazzini. La qual cosa non vuol dire che l'uno abbia torto e l'altro ragione. V'è nella leggenda biblica Lia e Rachele, lo spirito attivo e lo spirito contemplativo; v'è nella parallela la linea destra e la linea sinistra: non si toccano mai; ma ambedue sostengono il carro e nella visione lontana ambedue le linee convergono in una.
Io non nego che, indipendentemente dal temperamento dei due uomini, non possa spiacere questa specie di sconoscenza del Cavour verso il Mazzini; ma oltre alle cose che diremo in seguito, qui ci piace ricordare come il Cavour, giudicando secondo la sua coscienza, si sentiva offeso da quel partito mazziniano, che pretendeva da solo «al monopolio del patriottismo e dell'amore per la libertà».[48] Credeva inoltre che la monarchia sabauda «avendo mantenuto e sviluppato nel decennio il principio costituzionale, avesse nociuto all'Austria ben più seriamente che le sommosse del Mazzini».[49]
Il Cavour, dopo l'Alfieri, è l'altro allobrogo grandissimo attratto dalla voce della gran madre, l'Italia. Certo quella sua manchevolezza di studi filosofici e classici, l'ambiente in cui visse da giovane, lo mettono troppo in contrasto con altri italiani, che assursero all'idea della patria e della libertà da una quasi saturazione di pensiero antico e da una stupenda fraternità d'anima col popolo.
Questa deficienza nel Cavour può spiacere: come a chi è propenso alle idee di republica, può spiacere quella sua fedeltà incondizionata al monarca sabaudo, sino agli ultimi aneliti, sino alle parole supreme; tanto che ad un primo superficiale esame si dubiterebbe se egli ami più la patria o la monarchia. Per quanto animato da spiriti nuovi e uomo nuovo nel vecchio Piemonte, egli è pur sempre uscito da quella nobiltà feudale e guerriera che fiorì intorno al trono.