Allora i magnifici signori e le potenti republiche nostre avevano con quel buon gusto che li distinguea assistito allo spettacolo di battaglie da giganti che in quel bel piano ci avevano favorito un cattolico Re di Spagna e un cristianissimo Re di Francia. Non solo assistito, tanto che l'Ariosto ne avea tolto il modello per le fantastiche guerre del suo folle Orlando, ma vi avevano anche partecipato, ciascuno secondo i propri interessi, ben si intende. Ci fu anzi una volta che in una di quelle battaglie uno di questi signori, forse in un istante di lucida visione, disse ai suoi artiglieri irresoluti se tirare contro gli Spagnoli azzuffati coi Francesi: Tirate senza timor di fallare chè son tutti nostri nemici.
Ci fu anche un Papa, un vecchio bizzarro ed energico che leggeva Dante, il quale gridò: Fuori i barbari! Ma tranne questi casi isolati, noi Italiani fummo di una ospitalità classica: ospitalissimo fu Ludovico il Moro, il quale se non avesse dichiarato che l'Italia non l'aveva mai vista nè conosciuta, e che conosceva soltanto i suoi privati interessi, sarebbe stata la mente politica più fine del secolo XV. Ospitalissimi i nostri olimpici signori. Li accolsero nei loro incantevoli palazzi quei re d'oltremonte, li intrattennero in belli e savi discorsi di filosofia e di politica: l'Ariosto fece omaggio del suo folle Orlando: un pittore, il Tiziano, ritrasse le sembianze del più potente di questi re; un orafo, il Cellini, battè spade, elmi e corazze per l'altro re suo rivale: vi furono anche scambi di doni nuziali, finchè un bel giorno i signori d'Italia, così maestri nel «tessere una fraude», si avvidero di essere frodati. Uno di questi re, anzi re ed imperatore, ci aveva piantate le tende.
Fu il popolo spagnolo che ci piantò le tende allora, e l'imperatore e re fu Carlo V. Un Papa, di nome Clemente, e quindi un altro Clemente, benedissero quell'imperatore e quelle tende, e costui li compensò aiutandoli a dare reale consistenza al lungo ambizioso sogno dell'Evo Medio, cioè a consolidare nel cuore d'Italia quello Stato della Chiesa che paralizzò il cuore d'Italia: grave accusa, in verità, contro il governo dei preti, e certo ad essi, che sono sottili dialettici, non mancherebbero nemmeno oggi buoni ragionamenti per dimostrare che quello Stato era reclamato da san Pietro o che quella morte in terra aiutava a conquistare la vita in cielo. Malauguratamente sino da quel Cinquecento il Machiavelli si fa publico accusatore di un'accusa molto grave: quando dice che è merito della Chiesa se l'Italia ha perduto ogni religione. Gli Spagnoli ci tennero le tende per quasi due secoli e ci insegnarono tutte le loro qualità cattive, tenendo per sè le buone.
Dopo, come abbiamo veduto, ve le piantarono gli Austriaci quelle tende che il Manzoni nel 1821 e nel 1848 consigliava di levare, adducendo inoppugnabili ragioni di diritto divino ed umano:
O stranieri, levate le tende
Da una terra che madre non v'è.
Se non che l'Austria riteneva quelle tende legittime e collocate da Dio, e tutto dà a credere che non le avrebbe mai levate di suo spontaneo volere.
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Bel campo, dicevamo, per le battaglie questa, ahi, non più nostra Italia! E così avvenne una seconda volta durante le tre guerre di successione: scorrazzavano per le nostre terre e città eserciti imperiali ed eserciti gallo-ispani, e vi dimoravano per lunga stanza ed i buoni cittadini erano consigliati a far lieto viso, le dame a danzare in onore dei generali e marescialli, i municipi a pagare le spese. Erano fieramente nemici i gallo-ispani degli imperiali, ma in questo andavano d'accordo. Ci fu una volta, in una di queste città papaline, che uno di cotali eserciti imperiali annunciò la sua gradita partenza dopo un lungo periodo di saccheggi, uccisioni e feste per le nozze di una figlia di Maria Teresa. Prima di partire gli ufficiali del principe, generale supremo, fecero sapere ai consoli della città come fosse cosa di dovere e solita a praticarsi in ogni terra occupata da un esercito, l'offerire, allorchè questo è in procinto di andarsene, un conveniente regalo al generale, all'effetto di obbligarselo ed avere riguardo al territorio. I consoli con dignitosa prudenza risposero di conoscere il loro dovere; ma la Comunità versare in tali strettezze per le ingenti spese sostenute nell'onore di mantenere l'imperiale esercito, che non potevano spremere dall'erario la benchè minima somma. Allora quei signori dichiararono che il non dare ascolto al benevolo loro suggerimento equivaleva a vedere saccheggiata la terra. Fu adunato il consiglio della città e si deliberò di offrire al principe generale una borsa con duecento cinquanta zecchini. Tenue offerta! Ma le belle parole, umili, ossequiose; gli augurî di ogni prosperità a lui ed alle armi cesaree, fecero a Sua Altezza accettare il dono, oh non confacente alle obbligazioni che la città gli professava! Ma partiti gli imperiali, ecco sopraggiungere i gallo-ispani!
Le gravezze dei balzelli e le brutalità dei soldati erano giunte al punto che quelle non si potevano più nascondere sotto il cerimonioso sorriso, nè queste confortare con la fatalistica e pulita espressione della «militare licenza». Si rivolsero quindi al legittimo signore, che era il Papa, anzi al signore del mondo. Era presumibile che egli non potesse imporre un poco di rispetto per le sue proprietà, almeno a questi re e imperatori cattolici e cristianissimi? Ma il Papa rispose dolentissimo che quei re cattolici ubbidivano più volentieri alle armi e alla voce del cannone che alla sua, la quale si trovava senza il sussidio delle armi e dei denari. Poteva ben compatire, ma nulla fare in aiuto. Era proprio il caso davvero di aver fatto tante feste, tanti tridui, tanti ringraziamenti all'Altissimo quando quelle città passarono sotto il dominio del Papa!