Se non che nell'anno 1799, al tempo che Napoleone inseguiva in Oriente non so qual suo meraviglioso sogno dietro le orme di Alessandro, ecco la tenace e formidabile Austria, collegata alla Russia, ridurre in breve tutta Italia alla fortuna di prima. Fuori i lumi, adunque: giù l'Albero della libertà. Si intuoni dai re e dai popoli il «Te Deum», si esponga il Sacramento. Bonaparte è tornato! Ma Bonaparte è vinto! L'infame Bonaparte è vinto, il vecchio generale austriaco Melas, sempre nei fatali campi d'Italia, lo ha vinto. Messi a spron battuto ne diffondono la gran nuova. A Livorno è giunta la regina Carolina moglie del re di Napoli, sorella dell'imperatore d'Austria, sorella della decapitata Maria Antonietta. Ella si affretta a Vienna a domandare più vasto regno: il sangue sparso dei patriotti napoletani non ha saziato la sua vendetta: altro sangue e più vasto regno domanda. Ma ecco nella notte ella è desta: un nuovo messo è giunto. Ella, nell'aprire il foglio diceva: leggiamo la fine del presuntuoso esercito di Buonaparte. Ma quando lesse la disfatta del Melas, instupidì, rilesse come incredula il foglio, le mancò la luce e si appoggiò morente alla donna che l'aveva desta.[2]

Oh, è ancora la dolce primavera, l'astro di Napoleone non tramonta, anzi sale con l'estate al suo grande meriggio; tredici anni durerà quell'estate purpureo, spentosi contro le brume e il gelo del Nord. La dolce terra di Francia ne ha a gioire come ai tempi d'Orlando. La vendetta dei re maturerà nell'odio ancora tredici anni.

Napoleone dopo Marengo fu ancora arbitro del mondo e d'Italia. Egli con la spada la tagliò come un bel manto antico; col pezzo più unito e piano fece prima una Republica e poi un Regno; e di stoffa regale tanta ne avanzò, che ne diede alla Francia, ne vestì i parenti, le sorelle orgogliose. E tu, madre mia, nulla vuoi? Nulla volle Letizia. Lunga vita e lungo martirio ebbe solo quella lungi-veggente.

Dopo la battaglia di Marengo furono di nuovo esposti i lumi per la Francia e fu cantata la «Marsigliese». Certamente molte cose in quegli anni mutarono, ma non così profondamente come può credersi pensando al principio di quel moto, cioè alla Rivoluzione. Le rivoluzioni hanno una certa somiglianza col corso dei fiumi. Noi vediamo i fiumi presso le loro sorgenti precipitare dai monti con impeto così grande che fanno paura e diciamo: Guai se essi devono seguitare così! Oh, non seguitano. Appena giunti al piano, dilagano e prendono corso tranquillo.

Napoleone quando prese nome imperiale, mutò il rito; non si fece incoronare dal sacerdote, ma, come tutti sanno, si pose egli stesso la corona ferrea sul capo, pronunciando quelle famose parole che fecero stupire tutti e sorridere qualche filosofo: «Dio me l'ha data, guai a chi la toccherà!» Chi sa che anche egli non abbia creduto a quelle parole! Gli eroi dell'azione se non avessero fede nel sogno della loro onnipotenza, rimarrebbero inerti come certi eroi del pensiero.

Mutò il rito e rimase l'impero: risorsero i titoli di conte, duca, marchese: scomparvero le immobili ricchezze del feudo e delle chiese; nacque la nuova, mutabile e maggior ricchezza dei traffichi e delle industrie. Cessò la tirannia dei nobili, germogliò quella che dovea crescere così fiorente, e fu detta tirannia borghese, e forse oggi è nata nuova tirannide

che l'una e l'altra caccerà di nido.

Poi Napoleone cadde in un tragico precipitare. Guerra di Spagna, di Russia, Lipsia, Waterloo, sono le tappe di questa caduta. Ritornò ancora l'Austria in Italia tenendo a mano i piccoli principi: fu cantato il «Tedeum» ancora, furono restaurate o, meglio, si desiderò di restaurare le cose come prima.

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Ma a questo punto noi ci domandiamo: In questo alternarsi violento dal caldo al gelo, dall'azione alla riazione, dal «Tedeum» alla «Carmagnola», quale mutamento intimo, molecolare, era avvenuto nelle fibre del nostro popolo? e le plebi asservite che cosa avevano imparato dai così detti immortali principî dell'ottantanove?