Castiglione è su di una altura; chiaro era il giorno ed anche allora, come a Magenta, all'Imperatore, dall'alto, si affacciò l'aurora flammea della battaglia, improvvisa, grandissima, certa. Molti del seguito esitavano a credere che il nemico in massa avesse ripassato il Mincio. Ma l'Imperatore non condivise un solo istante quest'illusione ostinata: No! — disse — è la battaglia.[379] Mal certa solo la vittoria, chè essi al piano, in ordine di cammino; quelli su le alture, in formidabile luogo, in numero immenso. L'esercito austriaco, per nuovo consiglio del maresciallo Hess, comandante supremo, aveva il 23, ad insaputa dei Francesi, rivalicato il Mincio, e in piena forza e numero, ripigliava l'offensiva, movendo verso il Chiese. Da quelle alture, onde a giorno fatto, dovevano muovere secondo il loro ordine di cammino, Francesco Giuseppe aveva additata la meta; una guglia marmorea che non si vedeva, ancorchè appaia da lungi, dove la madre di Cristo sorride nella sua pace: Milano. Ma da quei colli non scesero. Inconsci gli uni degli altri, su quelle alture compirono i due eserciti l'abbraccio mostruoso come quello delle fiere orribili nella bolgia dantesca che si avvinghiano e si trasmutano in silenzioso spasimo, indi si separano. Alla sera, trasmutati anch'essi, si separeranno.

Ora, dunque, vide l'Imperatore dall'alto di Castiglione la grande battaglia: su tutti i colli di contro, da San Martino lontano presso il lago, sino a Cavriana, appariva l'esercito nemico: altro formidabile immenso arco, di «automi» forse, ma automi armati che conveniva spezzare, che fulminavano anch'essi la morte. Di faccia proprio all'Imperatore sorgeva Solferino e sopra Solferino erto su la densa folla nemica un torrione, che è denominato la spia d'Italia, come a dire che di lì tutta Italia si scopre e spia, ma sembra contenere in sè alcun senso di sinistro presagio.

Fulgide belve di guerra e di morte si compiace a distanza nei secoli di plasmare la natura, e vi spende tutti i suoi aromi più preziosi. Ora soltanto gli agognati emblemi possedeva Napoleone; ma dell'atroce ludibrio[380] onde Vittor Hugo e Giuseppe Mazzini lo avevano additato ai popoli, egli fece anche in quel giorno bella vendetta.

Il miglior mezzo di assicurare la vittoria alle due ali estreme era di conquistare il centro. Questa fu l'idea semplice a cui si fermò l'Imperatore e da cui non deviò. La posizione di Solferino era la più difficile, ma una volta sfondato questo centro della loro difesa, gli Austriaci sarebbero stati costretti a ripiegarsi con le due ali estreme. Ora non soltanto la cosa, ma l'urgenza della cosa apparve manifesta all'Imperatore, il quale stabilitosi sull'altura del così detto monte Fenile, di fronte a Solferino, diresse la battaglia e parve come volesse emendare sè stesso a Magenta. Non esitò sino dalle prime ore del mattino a far entrare in battaglia le riserve della sua Guardia; e il colle dei Cipressi e il cimitero di Solferino ben sanno quale sforzo occorse perchè alle due ore del pomeriggio il tricolore di Francia sventolasse dall'alto della Spia d'Italia, erta fra il nembo delle cannonate e il nembo del cielo.

«In questa giornata — deve pur ammettere il De La Gorge — l'Imperatore fece buona figura e si espose molto decentemente per un capo di Stato, perchè egli era altrettanto valoroso che buono».[381]

Questo pronto e felice esito della battaglia centrale aiutò il Niel a sostenersi e vincere al piano, dove gli Austriaci fecero il maggior sforzo, giacchè pare fosse loro intento aggirare da quel lato i Francesi e risospingerli poi al nord, verso il Garda. Che se il maresciallo Canrobert, meno ligio agli ordini ricevuti e fornito di più pronto intuito, fosse accorso con tutte le sue forze in sostegno del Niel, ben maggiore sarebbe stata la vittoria.[382]

Terza parte di questa campale battaglia fu quella combattuta dall'ala settentrionale e che da noi si considera come battaglia a parte: San Martino.

È una fra le pagine più belle del valore italico e il motto semplice del Re: «Fioi, venta piè San Martin, se no gli Aleman a lu fan fé a nui autri», ha un ben profondo significato, tanto se esso si consideri sotto l'aspetto militare, cioè che conveniva scacciare il nemico dalle formidabili alture occupate e impedire che scendesse al piano e aggirasse; quanto se al motto ci piace attribuire più largo e ideale senso, che conveniva col sangue pagare quelle terre lombarde, strappate all'Austria. E furono, in verità, generosamente pagate nei ripetuti assalti di tutto quel giorno, finchè al cadere di esso, ordinata l'azione in modo più simultaneo e più forte, potè l'altura di San Martino esser conquistata. Nè si deve dimenticare che l'esercito italico si trovava in condizione di inferiorità, non solo per ciò che riguarda il luogo, ma anche rispetto al numero dei nemici.[383] Si può anzi dire che la necessità di pagare comunque generosamente col sangue nostro, apparve così grande, che la storia obliò quanto vi fu di sconnessione e di difetto di imperio[384] in quelle azioni di guerra.

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La spia d'Italia doveva appartenere all'Italia e appartenne; e Cavriana, nella casa stessa dove al mattino innalzava il vessillo Francesco Giuseppe, accoglieva Napoleone. Vittorio Emanuele attraverso l'olocausto eroico di San Martino, era a Pozzolengo; e l'esercito austriaco, mutilato dall'orribile strage, ripassava il Mincio. In Verona si rinchiudeva Francesco Giuseppe.