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Ricalcando i costumi del primo Impero, volle Napoleone, nella sua sosta in Magenta, premiare Mac-Mahon sul campo di battaglia; e nella più lunga sosta in Milano furono accoglienze deliranti, fra cui il Bazancourt ricorda lui, l'Imperatore, riconosciuto, fermato, baciati i fornimenti al cavallo, le donne uscenti affinchè benedicesse i figliuoli. «Per la prima volta io vidi commosse le misteriose, impenetrabili sembianze dell'Imperatore, il quale sarebbe stato più che uomo, se fosse rimasto in quel momento impassibile», scrive il corrispondente del «Times» (pag. 52). Fra i festeggiamenti fioriti vi fu anche una rappresentazione di gala alla Scala, giacchè Tersicore e Polimnia rapidamente mancarono ai nostri fasti e nefasti. Potè intanto l'esercito austriaco, come se una voce di aspirazione lo richiamasse, ritrarsi, concentrarsi dalle Legazioni e dalle Marche lontane; e il villano che ronca su le Alpi, vide altri armati accorrere dal cuore dell'Impero e con essi l'Imperatore tedesco. Doloroso ricorre alla memoria il rimprovero di Carlo Cattaneo per la troppa dimora di Carlo Alberto in Milano del '48, e la consigliata e mancata insurrezione delle campagne e dei borghi, onde Radetzky, minacciando con le forche, potè come serpe ferita, ricoverarsi fra le fortezze del Quadrilatero.

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In mezzo a tanti contrasti con sè stesso, con gli uomini, con le cose, riprendeva Napoleone la faticosa avanzata. Varcata è l'Adda, l'Oglio, il Chiese; presso è il lago di Garda: ogni luogo ricorda il nome e la gloria del giovane conquistatore, che all'albeggiare della nuova età, per quivi passò fulminando. Il pallido erede che si innebriò di quel nome, è già verso il declinar della vita. Nel torrido estenuante estate, con le grevi aquile, per la meravigliata campagna, ricalca quell'orme.

Dove sono le meravigliose pingui terre che il giovane conquistatore avea sessantatrè anni prima additato al di là delle Alpi ai suoi guerrieri laceri e scalzi?

Ora l'erede passa per terre, già depauperate dalle precedenti requisizioni del nemico; cattivo e scarso è il nutrimento dei suoi, che moriranno al grido: Viva l'Imperatore! Un male terribile che non si osa nominare, serpeggia già per le file: il tifo.[378]

Come più l'esercito procede, più il suolo si fa ardente sotto i piedi; come più il nemico dispare, più cresce il presentimento di una battaglia immensa. Ma del luogo e del modo non è alcuna certezza o notizia. Quel deliberato fuggire, abbandonando le difese e lasciando liberi i passi, induceva a pensare ad un piano di guerra lungamente maturato, quello cioè di attrarre i Francesi in luogo aperto, dove ogni disuguaglianza del suolo fosse nota e la cavalleria, bella e natural forza dell'Austria, potesse spiegare tutto l'impeto della sua virtù bellica. Si pensò al piano che si stende oltre Montechiari; quand'ecco giunse nuova che l'esercito nemico si era ritirato oltre il Chiese. Parve allora che il terreno fra il Chiese e il Mincio sarebbe stato il luogo prescelto dall'Austria per il gran duello; ma ecco giunse nuova che il nemico aveva valicato anche il Mincio: e ciò fu il dì 21 di giugno. Conveniva, dunque, passare il Mincio e andare a cercare il nemico sotto la difesa di quei forti ove l'Austria, come feudataria delle antiche età, s'era asserragliata e munita dal tempo che divenne signora d'Italia? In tale stato d'incertezza, avanzava l'esercito alleato, la notte del 24 di giugno, chè per fruire del refrigerio della frescura notturna, aveva tolto i bivacchi, come di poche ore fu varcata la metà della notte. Esso formava come un grand'arco di cerchio che doveva, secondo lo stabilito cammino, avanzare verso il Mincio con le due ale estreme: l'esercito italico era l'ala estrema settentrionale. Esso, attraverso le alture di San Martino, si stabilirà a Pozzolengo. Il generale Niel, che forma l'ala estrema meridionale, si stabilirà a Guidizzolo. Così tutto il grand'arco d'uomini e d'armi è di concerto in moto.

Centro di quell'arco, con la sua Guardia, a Montechiari, sta l'Imperatore. Moverà ultimo e si stabilirà a Solferino. Sono le ore cinque del giorno: in quell'ora, nella chiesetta di Montechiari, si rendevano gli ultimi onori al generale De Cotte. Nella notte dal 22 al 23, mentre leggeva i dispacci dell'Imperatore, un colpo apoplettico lo aveva fulminato.

Ed ecco a Montechiari, a briglia sciolta, precipitare, sordidi di polvere due cavalieri. Sono i messi di Baraguay-d'Hilliers e di Mac-Mahon. Annunciano all'Imperatore che nella notte, la battaglia s'era impegnata fra le avanguardie; e come al sollevarsi delle nebbie mattutine si vedesse il biancheggiare di grandi masse nemiche su le alture di contro. Avevano gli Austriaci rivalicato il Mincio?

Allora la strada che da Montechiari conduce a Castiglione, fu coperta da un nuvolo di polvere. Vetture, cavalli, cavalieri correvano disperatamente.