Ciò che mi sembra caratterizzare i fatti che, per ben comprendere, converrebbe esaminare assai più minutamente, è la fretta: una volontà che si è mutata e precipita pur d'arrivare alla fine. Il telegrafo da campo invia quel dì stesso un dispaccio all'Imperatrice reggente: «Una sospensione d'armi è convenuta tra l'imperatore d'Austria e me, ecc.».[388]

I commissari incaricati dell'armistizio si adunarono la mattina dell'8 a Villafranca. Essi sono Vaillant, Hess, Della Rocca.[389]

Il convegno durò tre ore. Vi si ragionò anche dell'«affreux carnage» di Solferino; perchè sembra legge cavalleresca fra gente di guerra complimentarsi della reciproca strage, lodare le armi nemiche e la morte da esse inflitta. La tregua sarebbe durata sino al 16 agosto.

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Ora Vittorio Emanuele si lamentava che da qualche giorno l'Imperatore era boutonà e non gli diceva più nulla: veramente il Re, anche fra le consuete barzellette allobroghe, di altre cose era seccato: del modo come procedeva l'assedio di Peschiera; dei cannoni d'assedio che non erano arrivati e chissà quando sarebbero arrivati; delle difficoltà di approntare nuovi reggimenti, dopo quell'eroico sacrificio di vite umane che fu San Martino: «non avrebbe più osato presentarsi all'imperatore, chè questi gli avrebbe certamente rinfacciato che non siamo buoni a nulla; che non gli rimaneva da far altro che andare a riprendere la sua vita di campagnolo, ecc., ecc.».[390]

Ma in quel giorno stesso che dovette mandare La Rocca a trattar l'armistizio, il re «contenendo a gran pena lo sdegno» per quel procedere a sua insaputa, si recò dall'Imperatore, affinchè si sbottonasse: ma ciò non avvenne che a mezzo. L'Imperatore non nascose che sarebbe stato lieto di ridonare la pace all'Europa e risparmiare nuova effusione di sangue; ma che in tale caso i patti imposti all'Austria sarebbero stati «così duri» (e lo ripetè due volte) che il fine della guerra si sarebbe raggiunto lo stesso. Non accettando l'Austria tali patti, la tregua dava modo di approntare nuove forze: «intendeva aver presenti in campo 200 000 Francesi: provvedesse la Sardegna ad aver pronti 100 000 Italiani».

Sembra che il Re, pur «non essendo molto contento», di quella tregua, tuttavia per l'opinione di astutissimo che allora godeva Napoleone, si partisse persuaso delle ragioni addotte. In tale senso, tornato al suo quartiere di Monzambano, parlò ai generali, raccomandando di curare bene l'istruzione delle nuove leve, e al comandante dell'artiglieria «di creare e presto» batterie nuove. «Parlò franco e di buon umore»,[391] e in tale senso fu telegrafato al Cavour. In relazione a questo dispaccio sta il seguente telegramma circolare del Cavour, la mattina del 9, ai commissari regi delle provincie insorte:[392] «Il Re nel partecipare l'armistizio puramente militare, raccomanda di aumentare l'esercito con energia e sollecitudine». Ma non si tratta che d'una semplice trasmissione di ordini: sul vespero del giorno stesso, in compagnia del Nigra, partiva pel campo e giungeva a Desenzano la mattina del 10. Dalle precedenti trattative di intervento pacifico della Prussia con l'Inghilterra e la Russia;[393] dai riferiti dispacci del «Monitore», sibillini per tutt'altra persona che non per lui; e, probabilmente, da informazioni più sollecite e più sicure che non quelle fornite dal La Marmora,[394] il quadro del sospetto era già formato; non rimaneva che a conoscerne i confini; e ciò fu il giorno dopo dell'arrivo a Desenzano, nel quale giorno il sacrificio fu consumato.

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L'animo di Napoleone, girata per così dire appena la meta, precipita per la via opposta; e si ha l'impressione come di un'ansia di arrivare a far presto; far presto ad abbandonare quel suolo d'Italia che brucia, sì per le vampe estive, sì per alcun che di pauroso che più non può dominare. La ricerca angosciosa di una via d'uscita è quanto rimane. Dal giorno del convegno dei tre generali in avanti corrono lettere autografe fra i due Imperatori. Il principe di Assia venne al campo francese come negoziatore: ma non fu possibile l'intesa. Il giorno dieci Napoleone espresse il desiderio di trattare personalmente con Francesco Giuseppe. In conformità di questo desiderio, nella notte dal 10 all'11 giunse a Valeggio il principe di Hohenlohe per determinare il modo, il tempo, il luogo dell'incontro dei due Imperatori. È scelta Villafranca, a metà via tra i due quartieri generali: piccola tenuta per i sovrani e gli ufficiali, gran tenuta per le scorte; ore nove. Ma già prima dell'ora, un sollevarsi di polvere annuncia verso Villafranca la cavalcata di Napoleone. Precedeva di alcun poco lo squadrone delle sue cento guardie e delle bellissime guide. L'Imperatore Francesco Giuseppe non era ancora arrivato. Allora Napoleone spronò verso Verona. Ecco appare la cavalcata austriaca. Il giovane Imperatore, galoppava pur egli alla testa dei suoi ulani e dei gendarmi di corte. Napoleone affrettò. Gli ufficiali d'ambe le parti sostarono. Dopo alcuni minuti fu ripresa la via di Villafranca. Quivi era stata approntata una stanza per il convegno. All'ingresso della casa stettero due appostamenti: l'uno delle cento guardie, l'altro dei gendarmi austriaci. Ciascun appostamento staccò una sentinella e fu comandata davanti alla stanza dove erano i due Imperatori. Le scorte sulla strada si ordinarono in battaglia. Gli ufficiali, scesi di sella, conversavano. Passò un'ora. Infine i due Imperatori uscirono. Consummatum erat. La notizia si diffonderà, essa giungerà sino ad una povera stanza in Londra, dove un grande esule attende.