E poi che i due Imperatori furono all'aperto, Francesco Giuseppe propose a Napoleone di passare in rassegna lo squadrone degli ulani; quindi cavalcarono davanti alle guide; gli uni e gli altri belli e impassibili istrumenti umani di morte.
Ardente era il giorno; ma l'Imperatore d'Austria non volle prima dare di volta che avesse fatto ricambio di cortesia accompagnando alquanto Napoleone su la via di Valeggio. Quindi, visibile segno di pace, fu stretta la destra.
Ben altre, ben altre parole, o buon figlio d'Ortensia, parole ruggenti come bufera scagliò il giovanetto agli imparruccati ciambellani del sacro Impero dell'Austria, in altra villa, in altro tempo, ai confini d'Italia. Egli era allora re più di tutti i re, egli era imperatore più di tutti gli imperatori, egli era, in quel giorno, il popolo, era la rivoluzione. Poi l'assunto del popolo incoronò sè stesso e creò il suo diritto, fatto pur sempre di quell'iniqua forza che governa il mondo. Conviene — io lo so — che il popolo incoroni sè stesso imperatore veramente. Ma dove sono nati gli olivi pel nuovo crisma? Pur nell'Attica antica, lieta di olivi, nacque la satira di Aristofane!
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Mezz'ora dopo Napoleone rientrava in Valeggio e subito mandava a chiamare il principe Napoleone per comunicargli il risultato del colloquio e inviarlo quindi in Verona a determinare per iscritto quei preliminari i quali a Villafranca erano stati affidati alla sola lealtà della memoria.
Quando il principe Napoleone arrivò, l'Imperatore era a colloquio con Vittorio Emanuele.
A questo punto è necessario soffermarci alquanto: il trattato di pace di Villafranca, come è noto anche per ciò che è scritto nei manuali scolastici, non ebbe effetto o, come è detto in quei manuali, rimase «lettera morta». Rimase però vivo, senza troppo modificarsi nella tradizione italiana, il giudizio sintetico che ne diede il Mazzini a colpo caldo, cioè il 20 luglio, nel suo scritto «La pace di Villafranca». Esso si riassume come un nuovo tradimento di Napoleone III verso l'Italia, e in quel patto con l'Austria, è additato il disegno di un nuovo maggior colpo di Stato europeo, contro cui insorgeranno governi, popoli, l'esercito stesso francese che si stancherà «di far la parte di carnefice della libertà»,[395] Questo nel concetto in genere; e particolarmente per ciò che riguarda l'Italia, la Lombardia, la quale secondo il proclama dell'8 giugno, «doveva esprimere liberamente ogni voto legittimo, è data dall'usurpatore Austriaco all'usurpatore Francese; accettata, poi ceduta da lui, come feudo, al re Piemontese: il Popolo trattato come armento, il re siccome vassallo (anzi alcune linee sopra, è usata un'espressione così scultoria che meglio non si potrebbe: «il re lasciato da banda nella conferenza imperiale come un colonnelluccio d'esercito»), Venezia è per la seconda volta tradita, venduta, ecc.».[396]
A parte la tetra riconsacrazione di despota e tiranno; questa pace apparve — come vedremo — atto di tradimento, se non per l'intenzione, per il fatto, al Cavour; e il Re, in quel colloquio dell'11 a Valeggio, sentendo quei capitoli di pace, «tanto opposti a quelli che l'Imperatore gli aveva indicati (come probabili) l'8 luglio, non seppe frenare lo sdegno».[397]
Certo, non solo per la cosa, ma per il modo, la sua fierezza di Re dove aver sussultato. È lecito tuttavia supporre che in quel lungo colloquio Napoleone, in buona fede, lasciasse sperare condizioni migliori di quello che in realtà furono, come vedremo fra poco. Questa cosa si dedurrebbe anche dalle parole scambiate per via fra il Re e il suo aiutante di campo. Disse il Re che la pace era conclusa e davano sino al Piave (?).
Disse l'aiutante: Non è tutto ciò che si aspettava e che ci avevano promesso: ma dacchè Napoleone non vuole più fare la guerra, e se ne va senza domandare nulla, bisogna accettare e fare i contenti. Poi domandò al Re se sapeva le ragioni di sì subitaneo cambiamento.