Il Re rispose: Non so altro che quanto l'Imperatore mi disse: che gli interessi della Francia non gli permettevano più di continuare la guerra; che tutta l'Europa s'armava e che anche le potenze, dalle quali aveva diritto di sperare, lo abbandonavano, e con ciò voleva alludere alla Russia.[398]
Alle due e mezzo arrivarono a Monzambano.
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E qui non è possibile non ricordare le meravigliose parole di Mazzini al Re: «Sire! sire! Io non amai nè ammirai vostro padre; ma quando io lo vidi, dopo Novara, sdegnar la corona e incamminarsi volontario all'esilio, lo rispettai: ei non volle che un solo uomo in Italia potesse sospettarlo, in quel fatto, di tradimento». (È ciò che in quel giorno stesso, come vedremo, disse il Cavour al Re). E il Mazzini prosegue: «La parte di re Vittorio era di dire al Bonaparte: Io non accetto la cessione insultante di terre che non sono vostre, ecc., e dire al Paese: ebbi 200 000 soldati da un alleato, al quale mi legò una falsa politica che io non avrei mai dovuto seguire, dacchè egli rappresenta il dispotismo, mentre noi rappresentiamo il diritto e la libertà. A questo alleato or giova abbandonarci. Noi non dobbiamo dolercene, però che la sacra Causa rimane a splendere per questo abbandono, in tutta la purezza del Giusto e del Vero. Ma io chiedo ai ventisei milioni che compongono la Nazione, 200 000 soldati. Se la Nazione li dà, vinceremo; dove no, io morrò, incontaminato di menzogna e di meschina ambizione, sul campo, insieme a quei che vorranno morire».[399] (Fatta eccezione della richiesta al paese dei 200 000 soldati, il cui numero solo i tecnici di cose militari possono dire se sarebbe stato sufficiente e i filosofi se sarebbe stato possibile ed effettuabile, è quello che fece il Cavour, ritornato semplice italiano; anzi offrendosi lui per primo a morire, come vedremo).
Il Re, invece, al finire del colloquio, dopo avere esclamato: Povera Italia!, «con quel sentimento giusto e misurato della situazione politica, che aveva mostrato, in molte e solenni occasioni[400]» disse le storiche parole: «Qualunque sia la deliberazione della M. V., io serberò sempre la più viva gratitudine per ciò che ella ha fatto a vantaggio dell'indipendenza d'Italia, e la prego a credere che, in qualsiasi occasione, ella potrà far conto sulla mia fedeltà».[401]
Il commento che — dopo aver riportato queste parole — ricama il De La Gorge[402] è troppo interessante per tralasciarlo: «Questo Re — egli dice — di solito così brusco, così assorto nei piaceri, così intollerante di ogni soggezione, era a volte scaltrito come il più furbo dei contadini piemontesi. Egli ebbe in questa circostanza una inspirazione che avrebbe fatto onore al più abile diplomatico e al più fine leguleio normanno. Costretto ad accettare i fatti compiuti, si prese cura di stipulare subito a suo profitto ciò che si dice la libertà d'azione. Con tale pensiero fece dire all'Imperatore dal Lamarmora che avrebbe firmato i preliminari di pace, ma domandava di firmarli con riserva: approvo per ciò che mi riguarda. Il che voleva dire che si riservava i diritti su Modena, Toscana, Parma, Romagna. Li riservò tanto i suoi diritti che in un prossimo domani raggrupperà tutti questi popoli sotto il suo scettro».
A parte la malignità delle espressioni, la clausola restrittiva fu apposta il dì seguente; e il colloquio di quella notte fra il Re ed il Cavour, deve pur avere influito.[403] Che il Re, poi, in quella protesta di gratitudine fosse sincero, dimostrò nel 1870.
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Tutte queste cose sono note: invece mal note e obliate sono altre cose che pure è necessario conoscere, cioè come i capitoli della pace di Villafranca, quali vennero conclusi per iscritto in quel dì stesso in Verona, riuscissero più restrittivi di quello che Napoleone III aveva annunciato a Vittorio Emanuele: lievi emendamenti, se pare, ma tali che avrebbero avuto un esiziale effetto se quel trattato di pace fosse stato eseguito.
A due ore e mezzo di quel pomeriggio una carrozza, tirata da quattro cavalli da posta, trasportava il principe Napoleone in Verona, sottoponendo alla discussione e alla firma di Francesco Giuseppe i vari paragrafi della pace, come Napoleone li avea scritti. La discussione, incominciata verso le cinque, durò sino a notte fatta, e bisogna ben credere che la deliberazione di troncare la guerra si presentasse irremovibile come un freno, e così potente da inchiodare — per così dire — il pensiero; almeno per quel breve lasso di tempo, se valse a fare accettare tali patti, dopo tanto sangue versato. Di sostanziale in quei paragrafi di pace non v'è che una cosa: cioè la cessione della Lombardia, ma non tutta, ma esclusi i forti, cioè limitatamente al terreno conquistato col sangue. Peschiera non può essere ceduta: «se l'esercito alleato si fosse impadronito di Peschiera, vedrei bene che l'Imperatore Napoleone mi domandasse di conservar quella piazza, ma le mie truppe trovansi ancora in quella fortezza». Così avrebbe detto Francesco Giuseppe.[404] Cede la Lombardia perchè «tradito dalle armi»; e di questa cessione conviene tener conto, perchè «voi non conoscete abbastanza il valore del sacrificio che io faccio, cedendo una delle mie più belle provincie».[405] Non solo; ma la forma stessa della cessione deve essere modificata. Napoleone aveva scritto: «L'Imperatore d'Austria cede i suoi diritti sulla Lombardia all'Imperatore dei Francesi, il quale, secondando i voti delle popolazioni, li trasmette al Re di Sardegna».