Il testo invece ufficiale suona: «L'Empereur d'Autriche cède à l'Empereur des Français ses droits sur la Lombardie, à l'exception des forteresses de Mantoue et de Peschiera. L'Empereur des Français remettra les territoires cédés au Roi de Sardaigne», cioè l'espressione «secondando i voti delle popolazioni» («i popoli trattati come armento» del Mazzini) non può essere accolta. «Questo voto — avrebbe detto Francesco Giuseppe — io chiamo diritto rivoluzionario. Adoperate queste parole nel vostro trattato col Re di Sardegna e nei proclami che fate alle popolazioni italiane, io non mi oppongo, ma comprenderete bene che io, Imperatore d'Austria, non posso adattarmivi».
L'Ollivier, nel suo racconto, rafforza anzi le tinte: Francesco Giuseppe, piuttosto che cedere direttamente la Lombardia al Re di Sardegna, era pronto ad esporsi a tutte le conseguenze della continuazione della guerra.
Era per lui questione di onore.[406]
E tutto il resto è vago o aleatorio.
Ma se non è un errore di deduzione, nel colloquio stesso del mattino, il vincitore di Solferino era stato vinto, cioè, in uno dei punti capitali, dove egli — forse — sperava di ottenere vittoria; e verosimilmente a questo alludevano i patti «così duri» che egli intendeva strappare all'Austria, cioè Venezia. Non certo Venezia congiunta al regno di Vittorio Emanuele, ma Venezia staccata dall'Impero d'Austria e costituita in condizione indipendente sotto un arciduca austriaco, federato agli altri Stati d'Italia. Una di quelle misure intermedie da accontentare tutti, amici e nemici, che formano un lato ben caratteristico della fisonomia morale e della politica di Napoleone. Meschino ed illogico provvedimento diciamo noi, ed a ragione: o dentro o fuori. Ma anche questo spediente di conciliazione e non indecoroso per l'Austria, fallì, nè poteva essere altrimenti. O dentro o fuori. Francesco Giuseppe era dentro; e bisognava uccidere altri venti o quaranta mila «automi», perchè andasse fuori. Su questo punto, se Napoleone volle pur discutere a Villafranca, Francesco Giuseppe avrebbe fatto capire che era inutile cominciare il colloquio. Di tale intenzione di Napoleone non mancano documenti. Per mezzo dell'amico Persigny cercò anteriormente di indurre lord Palmerston[407] a farsi mediatore di pace in tale senso: ma quel ministro liberale inglese non volle assumersi la paternità di una pace conclusa in termini offensivi per i patriotti italiani, e che insieme avrebbe creato, pur supponendo che l'Austria la avesse accettata, nuova e più viva materia di contrasti e di guerra.[408] Il progetto partiva dal Persigny; ma, scrive il Chiala, che al ministro inglese non occorse troppo acume per capire che quella proposta era figlia naturale della mente «fantastica» dell'Imperatore.
Il ministro liberale inglese aveva pienamente ragione, e l'Italia da questo momento della sua storia deve elencare, tra le sue fortune, il favore dell'Inghilterra, sempre più palese e maggiore. Il vento è mutato: infatti al ministero conservatore Derby è subentrato il ministero liberale Palmerston. Tuttavia è singolare come l'acquazzone di Solferino abbia fatto germogliare come fungo la simpatia degli uomini di Stato inglesi. Essi, che prima tanto temevano l'aumento della potenza di Francia nel Mediterraneo, ora trovano molto utile, poichè il tenebroso Imperatore arrestandosi a Villafranca, arrestò le paurose tenebre della sua politica, favorire «quest'umile Italia», che in quel mare interno — revocato poi dal Lesseps all'antica importanza — si specchia e si bagna.
Oh, il nuovo ammirabile amore!
Un uomo riconosciuto fantastico, non appare più molto temibile.
La critica e l'opposizione successive a dare effetto al trattato di Villafranca sono dovute in grandissima parte all'Inghilterra; la quale con discorsi e scritti e opere diplomatiche così attrasse la riconoscenza italiana, che questa non potè a meno di farsi più lieve per ciò che riguarda il sangue versato a Solferino ed a Magenta. Ma queste cose, per quanto interessanti, non possono avere qui luogo, e meglio è riprendere il racconto.
Nell'epistolario del Mérimée al Panizzi (12 luglio, pag. CCVI) è detto che il principe Napoleone aveva telegrafato ai suoi amici in Parigi che quello di costituire la Venezia in istato indipendente sotto un arciduca d'Austria era il fermo proposito dell'Imperatore. E secondo il dispaccio di Ubaldino Peruzzi al Ricasoli (Parigi 16 ottobre 1859) l'Imperatore, a lui, che con altri delegati toscani presentava i voti di quel popolo per la annessione, avrebbe detto di avere chiesto all'Imperatore d'Austria di rendere Venezia indipendente sotto un arciduca sovrano, ma che Francesco Giuseppe non vi acconsentì.