Più grave ancora, se vero, ciò che riferisce Th. Martin,[409] cioè che l'Imperatore, tornato in Parigi, avrebbe in quel luglio detto al principe di Metternich, nuovo ambasciatore d'Austria, a proposito del colloquio di Villafranca: «Io avevo ben motivo di temere il colloquio con l'Imperatore, vostro sovrano, perchè io ero ben certo che mi avrebbe soggiogato».
In fatti nel colloquio fra il principe Napoleone e Francesco Giuseppe, della Venezia non si discute nemmeno e il paragrafo è approvato come è: «La Venezia fa parte della Confederazione italiana, benchè rimanga sotto lo scettro dell'Imperatore d'Austria».
Il risultato di quella sanguinosa guerra si risolve in un «benchè».
È cosa ben assurda e pietosa: essa rimane fissa nel cuore generoso di Napoleone come una punta arrugginita. Se ne accorse dopo del dolore, e lo palesa davanti alla Francia ed al mondo in una maniera, io non so, se più pietosa od ingenua: «Credete voi che poca pena non m'abbia costato cancellare pubblicamente dal mio programma il territorio che dal Mincio si estende all'Adriatico?»[410]
E poi su questo chiodo per sei anni si sentirà far leva: Signore onnipotente, invitto sostenitore del diritto dei popoli, dateci Venezia! E Venezia fu l'altra palla di piombo che Napoleone con Villafranca si legò al piede.
L'altra — più antica — si chiamava Roma!
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Ma non è tutto: lo scopo precipuo della guerra, cioè distruggere il diritto dell'intervento austriaco nelle cose d'Italia, non fu raggiunto. Ben si può dire che il sangue di Solferino, San Martino e Magenta lo ha irrimediabilmente corroso quell'iniquo diritto, che la diplomazia lo scancellerà più tardi. Ma allora, no. Il quinto paragrafo dice: «Il gran duca di Toscana e il duca di Modena rientrano nei loro Stati»; ma in origine, come scrisse Napoleone, diceva: «I due sovrani faranno tutti i loro sforzi, «senza però ricorrere alle armi», affinchè i duchi di Toscana e di Modena ritornino nei loro Stati». Ma quell'inciso «senza però ricorrere alle armi», Francesco Giuseppe non l'ha voluto, e fu tolto. Fu tolto perchè egli può fare «dei sacrifici personali», può cedere quanto a Parma perchè quella duchessa è una Borbone, non un Absburgo; ma abbandonare parenti ed alleati fedeli, che sono ricoverati nel suo campo; che domandano protezione all'aquila imperiale d'Austria; ma implicitamente incoraggiare la rivoluzione, dandole la certezza che non sarebbe stata impedita, significava togliere a quei duchi la forza morale di ricuperare il trono. No certo! Pare che Francesco Giuseppe ritenesse Francesco V d'Este fornito di armi italiane fedeli e bastevoli per ricuperare Modena; e quanto a Leopoldo II, non dubitasse che le popolazioni toscane, cessata, per virtù del trattato di pace, la pressione del Piemonte, avrebbero richiamato, come fu del '49, il loro legittimo e «paterno» sovrano. Che tale pensiero di facili restaurazioni ducali e granducali nutrisse anche Napoleone, non è improbabile; che lo desiderasse, anche, in quel giorno come vendetta del vedere a lui tolta Toscana (se pure ci fece serio conto), può anche sospettarsi: ma il fatto reale che quattro giorni dopo quell'11 luglio consiglia a Cavour di impedire le restaurazioni nei ducati; e che cedè poi sui ducati, non solo e più tardi sul resto, contro il desiderio della Francia, dovrebbe avere alcuna eloquenza persuasiva.
Racconta Nicomede Bianchi che a Francesco Giuseppe nel firmare, gli occhi si colmarono di lagrime e dicesse: «Possiate, mio caro principe, non trovarvi mai nella necessità di cedere una delle vostre più belle provincie».[411]
Era dunque assai cara questa terra lombarda all'Austria!