Ma dopo Sadowa, fulminante annuncio che percosse la Francia, dopo che la «divina Provvidenza mostrò così visibili segni di protezione per il divino diritto del Re di Prussia»,[454] i confini del Reno bisogna venirli a pigliare. Ma dopo Sadowa, quel gigante dalle sopraciglia fiere si è rilevato dalla sua umiltà; si è rivelato. Tunica bianca gemmata, corazza e spada. Egli ha preso a prestito le spade e le ha fatte lavorare pel Re di Prussia; e ride alla bella frase, ride sì che ne paventa il mondo. Di quelle spade, la più formidabile, dopo Sadowa, congiungerà alla sua in indissolubile fascio.

Da allora si venne compiendo lo sgretolamento dell'Impero. L'Impero di Francia ridotto alla politica delle mance! Che giovò allora concedere, libertà, parlamento?

Guai a chiunque ha perduto l'opinione della sua forza!

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L'erede di Cesare è stanco, la politica è triste: «Io non ti parlo di politica — scrive all'Arese — tutto è così cupo, tutto è così confuso, che il meglio che resti a fare è rimanere sotto alla tenda con l'armi al braccio».[455]

Ma verrà il giorno che sarà a forza spinto fuori dalla tenda e vedrà quelle sue armi spezzate; e verrà il giorno che si troverà sotto la tenda in terra tedesca: lo cingono non le sue cento guardie, come il dì che cavalcò sotto il gran sole a Villafranca, ma i bianchi corazzieri del Re di Prussia. Una carrozza lo trasporta, rabbrividendo, e dietro gli galoppa un pesante cavaliere: Bismarck. Lagrime rigano il volto del vinto Imperatore. È Bismarck, il sostenitore della forza, è Guglielmo Re, il sostenitore del diritto divino che portano via Luigi Napoleone; non è la Storia che lo trascina via per l'orecchio, come dice Vittor Hugo. La Storia, figlia di Apollo e della Memoria, ripensa se per avventura quell'assunto da un sogno e da una sventura non avesse in sè animo di Cesare novello. Comunque si pensi, ci pare significativo che questo sostenitore del diritto delle nazioni pur con tutti i suoi je regrette e i suoi poveri artifici; quest'autore del libro dettato in un carcere «La fine del pauperismo», cada sotto il diritto della forza e della tradizione feudale. Forse egli fu un intruso fra i potenti del mondo, ma in altro senso che non scrisse Vittor Hugo.

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Sino dal '58 il Mazzini consigliava Luigi Napoleone di morire «come moriva l'Orsini, con calma e rassegnazione». Ed egli è morto con calma e rassegnazione. «Eccomi di nuovo — scrive all'Arese — come ventidue anni fa ad Ham, prigioniero, esposto a tutte le calunnie».[456]

Era l'ultima delle sue avventure.

Questa la verità, quale noi possiamo raccogliere. La verità più vera forse se la raccontano gli erranti sul prato dell'Asfodelo lontano. Ma forse sono piccole verità in confronto di altra maggiore!