A Campoformio il primo Napoleone tradiva, ma il rimorso del tradimento deve essere stato ben lieve. Era l'Austria spezzata; erano i confini del Reno alla Francia. A Villafranca il terzo Napoleone comperava la stessa rinomanza di traditore; se non che tradiva per sempre anche la bella reputazione della sua «cupa energia» di cui parlava il Mazzini; e quanto ai confini del Reno ci stava oramai un ben famoso guardiano.
Con la pace di Villafranca egli non ha accontentato nessuno, nè meno sè stesso, se non per breve giorno; e il discorso davanti ai grandi Corpi dello Stato del 19 luglio, è un ben curioso documento con tutta la sentenziosità tipica del suo stile. Perchè quella guerra? Per la gloria? Per un'idea?[443] La gloria ha un'ala piagata; l'esercito è mutilato, non è satollato di gloria. Un'idea? Ma gli Italiani stridono e più strideranno per Nizza e Savoia. «Di Nizza e Savoia non se ne parli più, mi pagherete le spese di guerra». E la Francia? La guerra per un'idea? La frase è bella; ma la realtà è altra cosa. Se invece di cavalcare a Villafranca, Napoleone avesse potuto veramente giungere sino in vista dell'Adriatico, ben altri patti si potevano imporre all'Austria.... ed all'Italia!
Ma verrà fra poco un giorno in cui egli vedrà meravigliosi frutti sortire là dove passò il solco sanguinoso delle sue armi. Vedrà inatteso, non voluto, sorgere un regno pericoloso alla sua Francia;[444] udrà la Francia reclamare un compenso almeno, e allora irosamente, pietosamente si discuterà il mantenimento dei patti, come due litiganti d'affari. Si peserà il sangue, come l'avaro pesa l'oro, e si dirà: Pagate! A voi pare dare troppo. A noi pare ricevere poco.[445] «Oh, gli astuti figli di Machiavelli, voi me li strappaste ad uno ad uno i ducati, voi portaste via Romagna, Marche, Umbria; voi mi costringeste ad abbandonarvi quel poverello re di Napoli che a me si rivolgeva come agnello assalito, perchè sapevate che non avrei mai tirato il cannone contro l'opera mia».[446] «Noi vi abbiamo pagato; ciò che concedeste, non era in facoltà vostra negare perchè era cosa nostra; voi il cannone ci avete costretto a tirarlo ad Aspromonte; lo tirerete voi stesso a Mentana!» Pietosa istoria! Labirinto di passioni, non spente tuttora, dove solo un alto senso umano è filo di Arianna.
*
Abbandonando per sempre l'Italia del '59, Napoleone aveva detto al Re amaramente: «Ora vedremo che cosa sapranno fare gli Italiani da soli».[447] Da soli, ma dopo il soccorso straniero; da soli, ma dopo la morte del Cavour, fu udita questa querimonia per molti anni: O potente e astuto Imperatore, ricórdati che la tua promessa non è compiuta. Come possiamo noi vivere con l'Austria in casa? col Papa che ci denuncia al mondo come sepolcri imbiancati perchè si desidera di andare a Roma col suo assentimento? con Garibaldi che non ode ragione ed ha dimenticato il motto «Italia e Vittorio Emanuele»? con Francesco, re vinto, ma che da Roma manda denaro e conforti ai briganti? con la diplomazia che finge di non riconoscere il Regno d'Italia, questo vostro figlio naturale, o astuto, o potente Imperatore?
E poichè non è facile far giungere queste voci bene sino all'altissimo trono delle Tuileries dove sta l'Imperatore, così è spesso lui, l'Arese, che per lettera o per persona deve portare cotali voci, l'Arese a cui con formola costante l'Imperatore dice di credere nella sua «antica e sincera amicizia». «Siate, sire, — ripete l'Arese, — il nostro possente protettore in faccia all'Austria, in faccia all'Europa; venga la vostra diplomazia in nostro aiuto con altrettanto vigore come è venuto il vostro esercito».[448]
Oimè, alle Tuileries, la causa d'Italia non ha più amici se non il buon Conneau, sognante sempre il sogno del suo Imperatore, Questi dicea: «La questione religiosa è grave in Francia: e poi v'è debito d'onore per me di custodire il Pontefice. Attendete almeno che muoia».[449] «Ma Garibaldi non può attendere, sire. — Egli dice: — o Roma o morte!» «Ma la Francia lo proclama: a Roma, mai!» Oimè, l'Imperatore non è più così potente; la sua astuzia — se fu vera astuzia — ha trovato uno più astuto. L'Impero è oramai come un naviglio in mezzo a un ciclone. Rotta al largo verso la libertà, si sforza di fare l'Imperatore. Ma il naviglio non è fatto per correre quelle acque perchè la sua struttura nol comporta. Rotta verso terra per ben salvarci, grida, la ciurma delle Tuileries. E fu rotta verso terra e frantumò sulla scogliera, dove un astuto formidabile attendeva.[450]
*
Questo astuto formidabile ha due sopraciglia irte e folte, le sue spalle reggono anche la corazza (le spalle dell'Imperatore si curvano), la sua fronte splenderà come diadema.
Eppure quella fronte e quelle spalle stettero per alcun tempo curve ed umili davanti all'Imperatore francese. Ha fatto sapere in segreti sollecitati colloqui con l'Imperatore, che adesso vuol far lui la guerra all'Austria. Non per un'idea; ma questo non l'ha dichiarato. È la piccola Prussia che vuol fare la guerra all'Austria. Ma senza il tuo concorso «almeno passivo»,[451] o potente Imperatore, la piccola Prussia non può far guerra all'Austria grande: la guerra anzi «sarebbe una follia».[452] In questi tempi la fortuna ha fatto sorgere una antica gloriosa nazione, la quale «se non ci fosse stata, sarebbe bisognata creare»[453] cioè il Regno d'Italia. Con l'aiuto e l'alleanza di questa novella nazione e la tranquillità della Francia, potrà la piccola Prussia tentar la guerra alla grande Austria. Una bella città, la meravigliosa Venezia, antica promessa vostra, o Imperatore, sarà donata in compenso alla novella nazione. L'Imperatore pensa a Venezia, pensa pur anche ai bei confini del Reno che ne potrebbero derivare alla Francia. La novella nazione, l'Italia, è lieta della bella proposta e chiede al vecchio tutore licenza di accompagnarsi al giovane e forte alleato. Licenza è data.