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La risposta era sgarbata, ma fece piacere a Beatus.
Ma poi Beatus domandò: — E che cosa farete?
[pg!147] Scolastica rispose con tranquillità: — Mi butterò a fiume con questo qui. — E se ne andò con quelle gambe che reggevano quella procreazione.
«Infelice! — pensò Renatus. — Lei si trova in tale condizione che se anche volesse fare la diobolaria in via Mirasole, le mancherebbe le physique du rôle. Però, in fondo, esiste in Scolastica una onestà naturale. E se lei avesse detto: sei stato tu, tu cosa potevi rispondere?»
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[Capitolo XIX. — La mitragliatrice e i gigli.]
Ma ormai venuto era il tempo della prima comunione per la piccola scimmia. Ella intanto, con le altre bimbe del vicinato, andava il dì dalle monache, in un vecchio convento di San Girolamo, a riempirsi di cibo spirituale, e tornava a casa la sera, piena di fame. Parlava delle monache e dei racconti delle monache. Esse usavano certi nomi.... L'orologio era la clèpsidra; la superiora era la camerlenga; una vecchia, color di cera, era la sepolta viva, e non sapeva nemmeno cosa era il tram. Facevano però grandi torte e ne davano qualche fettina.
«Le torte delle monache! — diceva con ammirazione la signora Alice. — Tutte cose fanno le monache! Si levano avanti il dì».
Dove aveva visto anche Beatus le monache? le mani gigliate delle monache fuor [pg!149] dalle maniche rimboccate? In qualche ospedale. E le torte delle monache? Si ricordava di aver letto che a Palermo le monacelle di Santa Rosalia offerivano torte a Garibaldi, dalla camicia rossa.