Andò lui in quella tal via e trovò quella bottega; ma quell'uomo non c'era, anzi non c'era nessuno, fuorchè un omaccione che era [pg!171] il padrone. Costui disse che era lunedì, e cantò a Beatus la canzone del calzolaio:

Lunedì, San Crispino,

Martedì, San Crespiniano.

In quella oscura bottega, dove erano accatastati mucchi deformi di scarpe e ciabatte, lo sorprese una cosa bianca, che il calzolaio premeva amorosamente contro il suo petto, e poi toglieva e lambiva, e poi levigava. Era il tacco ertissimo di una calzatura di donna, cioè il piedestallo su cui la donna regge il dondolante ventre.

— O che vuol fare il calzolaio? — domandò l'omaccione vedendo quell'omarino, che si affissava nel suo lavoro.

Rispose di no, e pregò di dire a quel suo lavorante che, come potesse, venisse da lui.

*

Un giorno colui venne. — È qui — disse Scolastica.

Beatus li fece entrare entrambi nel suo studio dove c'era Loreto, la gabbia dell'usignolo morto e Ruggero Bonghi.

Beatus li fece sedere. Lui si sedette senza [pg!172] dir nulla. Tranquillo. Ogni tanto accarezzava la testa di Ruggero Bonghi, che mostrava di rivedere con piacere l'antica conoscenza.

Beatus aveva in animo di dire loro alcune di quelle parole consacrate che pronunciano i sacerdoti: «Ebbene, già che le cose sono così, sposatevi, vivete in pace, lavorate, allevate la creatura che sta per nascere....». Insomma qualcosa di questo genere molto morale. Ma poi che li ebbe davanti a sè, e li ebbe scrutati tutti e due, il campanelluzzo cantò e disse: «Non dire sciocchezze, Beatus».