Ma quell'idiota fece un risolino e disse:

— Vada là, vada là che lei è ricco tanto! Non me le dia da intendere.

In fondo l'idiota aveva ragione: lui, Beatus, era ricco, spaventosamente ricco: aveva mangiato l'ostia, aveva una responsabilità. Forse — cosa tremenda — poteva anche avere un'anima, e forse immortale! Certamente aveva buon tempo per star lì, sdraiato su quella poltrona.

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[Capitolo XXII. — Il re dei Bolcevichi.]

Quale sia il valore politico del bolcevismo russo, sarà dichiarato dall'avvenire. All'autore di questo Capitolo la cosa importa mediocremente. Qui si accenna al fenomeno morale del bolcevismo, e quale apparve nel nostro occidente, in Italia nel 1918 e 1919 (anni in cui avviene l'azione del racconto) e come fu predicato fra noi, specie nel rapporto della famiglia e della prole: «Noi neghiamo il diritto paterno di educare la prole», ecc.

Si approssimava intanto il tempo che Scolastica doveva sgravare. — Se non è oggi sarà domani — aveva detto la signora Alice.

E Beatus disse alle donne: — Allora vediamo di far presto.

Egli non voleva assistere a quello spettacolo, e disse ancora: — Fate tutto quello che volete, prendete quel denaro che vi sarà necessario. Poi, quando tutto quel tafferuglio sarà finito, voi mi scriverete, e io tornerò. La cosa poi che nascerà, voi poi la spedirete [pg!181] alle balie, alle nutrici, dove meglio a voi parrà. Ma fuori di casa.

E se ne era andato ad Assisi, una città quieta, dove sperava di poter finalmente scrivere quella relazione, che mai gli veniva fatta.