Noi non abbiamo nome. E il re dei bolcevichi abolì ai nati il nome e vi appose un numero.
Non è vero? Se non è vero, è però degno di essere vero.
Follìa l'uguaglianza? Ma quale privilegio hai tu che ti distingua? Ti sei lavato nelle acque lustrali? ti sei profumato di issopo? hai tu mangiato il pane dell'anima? No! E per un po' più di miserabile astuzia che tu possiedi, per un po' più di vile solerzia, per un po' di vanagloria, per un po' di feroce acume che è in te, domandi tu il privilegio?
Tutti numeri! Tutti formano il gran «mammut» del conglomerato umano.
Solamente quelli che hanno raggiunta la [pg!193] vetta dell'anima costituiscono un privilegio. Ma costruiremo noi per sette pianeti erranti, sette cieli? Per poche anime degne di immortalità, costruiremo noi l'Empireo? Non esiste l'Empireo.
Gli uomini senza anima devono anzi credere alla morte, e perciò domandano i balocchi; e il re dei bolcevichi dà loro i balocchi. E se gli uomini poi nella materiale conquista si domeranno gli uni contro gli altri e la terra li coprirà, che importa? Se l'uomo meccanico vedrà anzi soltanto la mano che muove la leva e la ruota della sua macchina, e più non vedrà l'intelletto che crea, che importa? Se è spenta la piccola lampada che accende i cuori, e soltanto i fari irradiano la gran luce bianca che fa smarrire la via, che importa?
«Maledetto sii tu, mio Signore!» canta l'esercito del re dei bolcevichi.
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In questi vaneggiamenti si perdeva Beatus; e fredde come il fulgore siderale della scienza vedeva le pupille del re dei bolcevichi. Come abbaglianti per un misticismo terreno.
[pg!194] E per prima cosa egli dava agli uomini in comune il gran balocco: la donna.