— Vui nun capite niente! Vui nun sapete che tengo dint' 'u core mio. Quando si arriva all'età mia, che campo a fa 'ncoppa a stu mondo? E anche vui che campate a fa? Eh, ci vuol altro che il gilè bianco e le scarpe lustre!
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Infelice Pasquà! Egli guardava tutto il giorno il suo inutile harem.
«Ecco una cosa — disse fra sè Beatus, sorridendo quando fu solo — che contraddice all'elogio che Erasmo di Rotterdam fa della stoltezza, perchè ecco qui lo stolto Pasquà che soffre per questa liberazione dall'animalità. Liberazione? Sì, ma anche esenzione dalla vita».
E Beatus non sorrise più.
E si ricordò poi di quella gloria a cui aspirava la giovane professoressa: forse era la stessa cosa che formava il rimpianto di Pasquà: l'amore! Povera fanciulla! E pensò come potesse dare alla sterile giovinezza di colei ciò che non poteva dare ai maturi anni di Pasquà.
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[Capitolo IV. — Pedagogia.]
Salì nella sua camera per stendere la relazione a S. E. il ministro.
Beatus aveva a questo proposito bellissime note di taccuino, fra le quali la seguente: che le iscrizioni degli scolari sui muri delle scuole del nord, valevano quelle degli scolari del sud, tranne qualche variazione nei dialetti.