Dopo di che Beatus serviva il tè agli amici, perchè la preparazione del tè è una cosa delicata, e Scolastica non sapeva preparare bene il tè; e si offrivano biscotti anche a Loreto e a Ruggero Bonghi. Ma quando venne la guerra, il suo onesto giudizio impazzì come una crema che fa i gnocchetti e l'acquiccia.
Gli parve che fra i benefattori dell'umanità e i bimbi che giocano all'anello, o a moscacieca, ci fosse poca differenza; e che lui che giocava alla filosofia con gli amici, fosse uguale agli operai che, la domenica, giocano alle bocce, all'osteria. Badate che, a pensarci bene, è una sensazione spaventosa! Ma ci fu anche di peggio, povero Beatus! [pg!55] Gli parve che pesi insospettati, imponderabili, si accumulassero su uno dei piatti della bilancia della vita. La bilancia perdeva l'equilibrio, traboccava verso qualcosa, dove gli occhi della sua ragione — terzo stadio del progresso — non vedevano assolutamente più.
Quel giorno, quel giorno del maggio 1915, che i giovani lo avevano circondato dicendo: «Beatus, si va a morire. Ci dica lei, almeno lei, una parola di fede, di fede ardente. Si va a morire, o Beatus!»
Gli pareva che dicessero: «Non si va a prendere il tè».
Erano diventati pazzi quei giovani? Erano pallidi. Parevano trasfigurati. Ah, che terribile giorno! Il rettore magnifico volle parlare e cominciò: «Ma, figliuoli miei, che cosa vi ha fatto la Germania?» Dovette smettere e ritirarsi sotto i fischi. Pareva un vento di bufera. Il professore di storia antica udendo le grida: «Viva Trento e Trieste!», aveva alzato le mani ed era scappato in biblioteca a studiare le fonti in Diodoro Siculo: il professore di diritto che portava sempre nella manina il codice rosso aveva detto: «La mia mano non può stringere questa materia incandescente». [pg!56] Alludeva alla guerra; e aveva detto al professore di italiano: «Sbrìgatela tu, io non so più cosa è il diritto!» Il professore di italiano era atterrito. Diceva: «È inutile contrastare alla Germania! La Germania vincerà anche se perderà. È la concezione materialista che trionfa. Sono i mammut dei conglomerati umani che vinceranno: lo spirito è morto! la morale è morta! Cristo è morto! l'individuo è morto! Forse da qui due, tre mila anni risorgerà l'uomo: ma oggi è così, è fatale che sia così. Parla, parla tu, o Beatus».
Ma Beatus non aveva saputo parlare.
Al vedere quei volti trasfigurati, aveva sentito un pallore nel cuore, ma la parola di fede non l'aveva proferita.
Quando fu a casa e vide i ritratti dei benefattori dell'umanità, s'accorse che essi erano impassibili nella loro saviezza, come cattivi demoni. Ed ebbe vergogna di non essere pazzo come quei giovani.
La voce di quei giovani che gli dicevano: «Beatus Renatus, si va a morire; dicci tu una parola di fede», lo soffocava.
Quella adolescenza che domandava la guerra, [pg!57] gli parve l'Italia: una adolescente anche essa che va inconscia verso impresa stolta e sublime. Ma perchè? Ma chi ti chiama? ma se è fatale che questa sia l'età dei mammut?