Intanto Scolastica entrava in casa con un fiasco di vino.
Essa non disse: «Padrone, buon dì!», ma disse: — Lei la fa tanto lunga! Cos'ha paura che gli portino via i libri? Stia sicuro che nessuno se li mangia. Viene un mio parente a trovarmi e lei lo scaccia come un cane. Cosa crede, perchè si è a servire, che si sia come gli schiavi d'una volta che ci mettevano le spille dentro la carne, e li buttavano da mangiare ai pesci?
Queste citazioni erudite di Scolastica non devono sorprendere: era ciò che si era appiccicato alla mente di lei dai tornei di parole che si tenevano nello studio di Beatus Renatus.
Scolastica continuò: — Già che io mi adatto [pg!97] a stare in questa casa che par di essere in una tomba, lei mi vuol togliere persino la libertà di ricevere un mio parente.
— Poteva dire — disse Beatus — che era un vostro parente.
— Ah sì! chi ha il coraggio più di parlare con quegli occhi feroci che lei fa quando è arrabbiato? «Libertà, libertà! la libertà rimedia a tutto!» Begli impostori!
Anche questa sentenza non deve sorprendere: era una reminiscenza dei colloqui che si tenevano nello studio di Beatus Renatus, quando egli possedeva tutto il suo onesto giudizio, e credeva anche nei superamenti dei servi e delle serve.
— Sì, signore, mio parente — continuò Scolastica —; figlio di mia zia e se vuol veder le carte, gliele farò vedere.
— Io non discuto — disse Beatus — le vostre genealogie. Piuttosto: a proposito di carte, avete la bolletta di riscatto della cagnolina?
— Adesso terrò da conto anche i pezzi di carta!