Nella sala da tè lo stupore fu anche più grande. Anche qui era folla, ma un'altra folla. Invece di soldati, ufficiali anche più lustri: molti inglesi e francesi, bellissimi giovani. Bellissime donne. Una gran compostezza. Una [pg!138] certa immobilità come di idoli. Parve a Beatus di essere entrato in uno di quei baracconi da fiera, detti musei antropologici che usavano una volta, dove si vedevano le figure di cera, grandi al vero. E quelle figure vive gli parvero vetustissime e morte.
Ma la bimbetta col ditino additava a Beatus le gran meraviglie che gli occhi suoi non conoscevano: le penne, i pennacchi, (oh, gli strani pennacchi!) le scarpette visibili più che per sè, per certo bagliore di diamanti, e le cappe nere, le spalle nude, le mani di cera.
— Fumano, fumano, — diceva la bimbetta. E diceva così con la gioia con cui avrebbe detto: «La bambola cammina, apre gli occhi».
Anche diceva: — Questo usa: questo non usa più.
Come sapeva tutte queste cose la bimbetta?
Ma se la bimbetta era piena di letizia, in lui insorgeva misteriosa tristezza. Vedeva soltanto grandi volti meretricî, e il lento volgere degli occhi incantati. Ma fosse effetto delle strane acconciature del capo, o del confronto con le grandi fronti calve dei ritratti nel suo studio, tutte e tutti gli parevano come decapitati della fronte.
[pg!139] La sala era tutta a specchi, dove le belle donne e i begli uomini si moltiplicavano per riflessione. Beatus vide nello specchio anche sè e la bimbetta.
— Come siamo brutti tutti e due! Ma siamo ben brutti!
E in verità lui e la bimbetta rappresentavano i pitecantropi da cui era partita l'umanità; e quella gente così splendente rappresentava la perfezione dell'arrivo. Ma erano senza fronte. Perciò Beatus disse alla bimbetta:
— Il più bello, qui, sono io.