Un mio caro amico mi disse benevolmente:

— Tu sei ancora l'uomo delle caverne. Guglielmo Ferrero è l'apostolo dell'avvenire.

— Ammetto — ricordo bene che risposi —, ma quel giovane signore ha sbagliato indirizzo...

— In che senso?

Nel senso che farebbe meglio ad andare a Berlino ed a Vienna a tenere le sue conferenze.

Impossibile che io dimentichi lo scoppio di contumelie quando — intorno a quel tempo — Giosuè Carducci pubblicò la sua ode, La Guerra. Se le parole fossero state cipolle e pomidori fradici, il gran vecchio sarebbe morto molti anni prima.

I più benevoli dissero: Quell'uomo corre verso il suicidio della poca popolarità che ancora gli rimane.

— E questi sono gli educatori della gioventù! — mi ricordo che mi disse Teodoro Moneta, e diventava rosso come un gambero, e il ciuffo dei capelli bianchi gli si rizzava sulla fronte.

Caro e buon Moneta! Egli non mi indicò la porta in quel giorno, ma a un di presso. Però disse: — Non capisco cosa lei viene a fare qui (Portici settentrionali, 21, dove risiede la Società Internazionale per la Pace).

Ma Teodoro Moneta (gran vecchio, cieco e dolente, ora) era una nobile anima e un grande italiano.