È sopraggiunta la Titì dal mare, con le chiome ondanti e bionde giù per l'accappatoio. Ride. Anche se ci sarà Serra a colazione, ella vuole a tavola la contadinella, sua piccola compagna di giuochi.
— Beato lei, Serra, che non ha figli! — mi avvenne di dire.
Accenna tristamente col capo di sì.
* * *
Dico, la grande battaglia è impegnata: due milioni di combattenti s'allineano lungo il confine di Francia. È così? Così assicurano i giornali. Una immane battaglia frontale come ai tempi primordiali. Il pensiero si smarrisce. Non ho la pazienza di attendere. Prendo il treno e vado a Bologna.
Quando fu sera, incontrai l'amico Lolli. Ha sessant'anni, quasi; ma conserva ancora l'aria un po' sbarazzina e di uomo da faccende dei tempi eroici. Il Lolli appartiene alla vecchia guardia dell'Internazionale. Fu amico del Costa, del Pascoli, del povero Severino, nei giorni della gran loro giovinezza in Bologna. Ne assorbì — da quel popolano che egli è — alcuna intellettualità. Non ha mai rinnegato «scientificamente» l'Italia, e perciò quando lo incontro a Bologna, mi accompagno volontieri con lui.
All'ora di mezzanotte, siamo andati alla Redazione del Giornale del mattino per avere notizie. Buone notizie! L'esito della battaglia è ancora incerto. Non si domanda, del resto, che la Francia vinca: unicamente che resista. Si annuncia che i Russi, improvvisi, inattesi, hanno invaso la Germania orientale, con immenso arco, ai laghi, ai laghi... Un nome che non si può decifrare.
— Non puoi credere come questa notizia mi faccia bene — dice Lolli. — Adesso, vedi, vado a dormire più tranquillo.
Ma quando fu il mattino, ottenebramento completo: i Francesi battuti a Charleroi. Particolari orrendi di strage. Longwy caduta. Longwy cadea! I versi del Carducci battono monotoni, insistenti contro le pareti del cervello. Non so che cosa fare tutto il giorno.
Dal barbiere, un vecchio petroniano, parente del famoso sur Pirein, legge, come può, il numero dei morti. Commenta: «Quante pipe hanno perduta la loro cannuccia!»