— Per forza! L'Austria-Ungheria, con gli Slavi che, ora, le scappano da tutte le parti, è messa in una condizione disperata. Cercherà di venirne fuori con una guerra....

— Vada, vada — esclamai, — scelga un posto e faccia un poco di compito. — E non volli sentire altro. — Assolutamente non voglio sentire altro!

Una guerra? La guerra? Un'immensa guerra? Ma si potevano dire più bestialità in poche parole? E da un giovane che fa studi positivi!

Mi ricordo che proprio lì, al Politecnico, uno dei più autorevoli professori — oggi deputato — mi diceva un giorno: «Ma sa lei che bisogna essere ben letterati, ben poeti, per credere alla possibilità di una guerra europea? La rete degli interessi è tale da impedire automaticamente qualunque guerra. Gli armamenti? un premio di assicurazione contro la guerra, dovuti anche ad un fattore economico di recente creazione: l'industria degli armamenti».

Osservava un altro professore come i progressi della chimica nella fabbricazione degli esplosivi fosse a tale punto che la guerra doveva per forza essere uccisa dalla guerra.

«Piccole guerre coloniali avverranno ancora — diceva un altro signore —, ma guerre europee sono un non senso, un anacronismo, specialmente per il fatto tangibile, acquisito, pacifico — come dicono i legali — del maggior rispetto per la vita umana! Ma c'è dell'altro: i governi a tipo ancora feudale, bisognerà che ci pensino due volte! L'Internazionale oggi è una potenza, specie in Germania. Del resto il Kaiser, con tutti i suoi travestimenti un po' medievali, è un garbato signore, un onesto, pacifico viaggiatore di commercio per gli articoli, made in Germany.

* * *

Io questi ragionamenti li sento ancor vivi all'orecchio. E chi non li ha sentiti?

Per mio conto devo pur dire come in me — per quanto tutti i gigli e le rose della fede nel buon divenire umano sieno divenuti fieno e stabbio, era come una inconsapevole sensazione che i geni dei vari popoli d'Europa fossero a tale grado di maturanza da potersi oramai equilibrare e compenetrare fra loro senza più ricorrere al giudizio di Dio o, meglio, del Diavolo, a quella assisi orribile che è la guerra. Perciò era naturale che togliessi la parola al mio bellicoso scolaro, come a dirgli: «Non faccia il letterato anche lei. Qui, al Politecnico, di letterati ce n'è uno, ed è di troppo!» Avevo lì i giornali del mattino, fra cui l'Avanti!, figlio cadetto del Vorwaerts. Glielo buttai sul banco dicendo piano: Ecco, caso mai, i nuovi carabinieri e pompieri pel suo incendio.

* * *