Ora chi avrebbe pensato mai che dopo un mese — ma nemmeno! — ciò che era fantastico, sarebbe divenuto realtà?
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La macchina del pensiero però in quella mattina era stata messa in moto e non era in mia facoltà l'arrestarla. I tumulti e le sommosse in Italia erano in quel giorno, 30 giugno, ancora in prima linea.
I giornali dell'ordine un po' deridevano le così battezzate repubbliche di Pinocchio, un po' denunciavano le violenze, gli incendi, i saccheggi, i mezzi teppistici usati. Se ne raccoglieva un senso — diciamolo pure — di pavore e di incertezza da parte delle classi dirigenti. E su quel pavore tonava da Milano la voce del prof. Benito Mussolini, direttore dell'Avanti!, per nulla intimidito, per nulla pentito: «Ma questa era la guerra di classe! la guerra non si fa coi guanti; la teppa rappresenta gli eroici sanculotti della nuova rivoluzione. Vi si preparassero i signori borghesi!»
Allora è sempre la guerra — pensavo —, cioè, se non è zuppa, è pan bagnato.
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Di queste cose m'intrattenevo nel mese di luglio — quando il sipario dell'orrenda tragedia europea non era ancora levato — con l'amico Renato Serra, qui in Bellaria, lungo la riva del mare.
Renato Serra — non se ne dolga l'amico, restìo ad ogni lode — è una delle più luminose intelligenze che io abbia avuto la ventura di conoscere in questi ultimi tempi; e se le cose non andassero così come vanno, il suo posto dovrebbe essere ben altro che in una deserta biblioteca di Romagna! Egli si trova oggi in tutta piena giovinezza: alto, quasi atletico, quasi imberbe, coi nervi molto a posto (non come i miei): porge tuttavia, a prima vista, l'impressione di un ragazzone riguardoso e quasi timido. Ma quando guizza la spada del suo pensiero, timido e riguardoso nei giudizi diventa invece chi l'ascolta. Non che egli sia o folgorante parlatore o dialettico. È persuasivo perchè è profondo, arrendevole, umano. Parla pianamente con spiccata cadenza romagnola, chiudendo un po' le palpebre quasi a meglio concentrare la sua imagine di pensiero: spesso un impercettibile sorriso! Dà piacere accostarsi a lui. Nella sua città di Romagna lo chiamano semplicemente, Renato. Ama di vivere col popolo, ma non beve il gran vino del popolo, perchè egli è bevitore d'acqua. Adora nostalgicamente la Romagna e il suo popolo, benchè il popolo non sospetti affatto chi sia Renato.
Veniva spesso a sorprendermi, sfolgorando nella bicicletta lucida, con quel suo sano affettuoso sorriso, sotto il gran sole. Eravamo così lontani dalla guerra che si faceva la psicologia dei fatti del giugno, specialmente in Romagna. Era stata allora chiamata sotto le armi una classe, e pareva imminente un nuovo sciopero dei ferrovieri.
Le nostre osservazioni non erano troppo liete. — Mussolini — diceva Serra — è un romagnolo di schietto temperamento rivoluzionario, un sincero. Potrà spiacere, in segreto, anche a qualcuno dei suoi, ma ha il merito di avere dissipato un equivoco in cui ci cullavamo: esiste realmente in Italia uno stato rivoluzionario. E mi narrava anche come molti in Romagna, socialisti en amateurs, rimasero un po' atterriti vedendo il volto della rivoluzione! «Libertà, libertà!» Cosa? Così, libertà! Come tante volte, in Romagna, nei tempi dei governi passati: «Libertà, Libertà!» Gente armata sbucava da non so dove domandando, libertà!