— E nemmeno io — dice seriamente il dottore.
— Davvero? Non era anche lei uno dei credenti nei felici destini umani? o, da quando ha perso la sua fede?
— Da quando ho assistito al teatro del Popolo ai drammi di Sofocle e di Eschilo.
— Eh?
— Ma già! Quando ho visto che gli uomini di duemila e cinquecento anni fa ragionavano come adesso, ho detto: e allora dove è il progresso? Addio fichi!
Un bello scherzo in verità! Il teatro social-democratico del Popolo, che ha insegnato una fra le più aristocratiche verità!
* * *
— Signor professore — mi diceva anni addietro quello scolaro — ho inteso dire, ho letto, che Omero è molto immorale. Parla sempre di guerra.
Scolaro scolaro, dove sei tu ora? Sì! parla sempre di guerra Omero; ma della triste guerra, della lagrimosa guerra. Dice Achille: «Nessuna tregua nell'eterna guerra dell'agnello e del lupo».
Ma quando il furore è caduto ad Achille, l'eroe accosta a sè, lagrimando, la testa canuta di Priamo: non dice: «Vedi come il vecchio Giove mi aiuta!», ma dice: «È il vecchio Giove che fa micidiali le mie mani!»