Lei stava ora immobile come una statua: e lui in piedi, con il libro in mano, si sbracciava e strideva forte con quella vocina: Io sono un bolide lanciato nell'infinito. I grilli, seghe che sfaccettano il nero enorme della notte cristallina; i grilli, tendini di musica tesi disperatamente nello sforzo di tener ferma la notte che straripa.

Era poesia, ma mi è venuto questo pensiero: «Se io dovessi scrivere così ai clienti, mi sospenderebbero il pagamento delle tratte»; e allora [pg!159] ho provato una gran compassione per quel povero Cioccolani.

— Stia attento — mi avverte lei, toccandomi.

Sobbalzai.

— Arrivano gli spettri.

Gogò, gogogò, Orin Orin! — fa lui. — Arrivano di corsa gli spettri! ecco gli scheletri che battono le nàcchere: gogogò! — e faceva una voce che mi venne in mente la gatta di quella mattina. — Noi siamo insaziati di voluttà, gogogò! La vita non ci ha dato la voluttà! Gogogò! — Povero giovane!

Forse leggerà tutto il libro. La contessina stava immobile, e anch'io: ma io guardavo la contessina. Quelle due cosine gelatinose, di cui la signorina Oretta è tuttora sprovvista, lì, invece, davanti alla contessina, si sollevavano lentamente e poi si abbassavano. Anche se non sono di moda, stanno sempre bene. Gogogò! Venivano i brividi anche a me. Le caviglie delle gambe ogni tanto le guizzavano; e guizzavo anch'io.

Gogò, gogogò.... Orin! — seguitava lui.

E lei diceva a me:

— Sente i ritmi, gli anapesti, gli ottavini?