E sono andato di là e ho preso la borsetta. Mi siedo e proseguo:
— Le cose stanno così, signora: i miei occhi si erano posati con notevole benevolenza su la di lei signorina, e non sarei stato alieno dal domandarla in isposa. Sarebbe stato un matrimonio razionale, senza eccessiva passione da parte della signorina: lo posso ammettere. Prego non mi interrompa. Ma io non credo — mi potrò sbagliare, sa, — io non credo che sia [pg!218] necessario fare precedere il matrimonio da un periodo incendiario, come una reticella Auer che prima bisogna bruciare. No, io non credo. Certo è che io ho coltivato nel mio cuore una speranza, una illusione; ma non parlo per me. Capirà benissimo che a me non manca a chi buttare il mio fazzoletto. Parlo per quella povera signorina Oretta, che ha goduto un momento per un giro di valzer in un mattino di primavera; ma come deve scontare! E anche mi si stringe il cuore pensando a quel brav'uomo del di lei consorte, che meritava proprio di finire i suoi giorni tranquillo. Ma mi preme, signora, di documentare quello che io dico: io non bluffo; io documento!
Aprii la borsetta.
— Ecco qui. Andai a Genova apposta. Ecco qui: questi, come ella può vedere, erano i regali di nozze. Autentici e parecchi: balasci, smeraldi, turchesi, opere di gran lapidari: mica scaramazze!
Madama Caramella non parla più.
Io proseguii: — Invece di deperire, lei vedeva la sua figliuola bella, felice, moglie del cav. Ginetto Sconer, e da qui un anno lei, scusi, era nonna e la sua figliuola c'era il pericolo, caso mai, che ingrassasse di troppo. Destino, cara signora! Ma l'imbianchino ora è perfettamente inutile.
Così ho tolta la seduta.
[pg!219]
[XXXI. — CHAMPAGNE, PESCHE E PROSCIUTTO.]
— Cosa state facendo, signor Sconer? Sempre l'uomo georgico?