Io ero atterrito.

Anche allora, Cioccolani e l'Attileide, Attileide e Cioccolani.

— Ebbene, signora, che cosa è accaduto all'Attileide, cioè a Cioccolani?

— Questo grande dramma — disse la contessina — era destinato all'aperto; ricordate, è vero?

— Perfettamente: le turbe, gli Unni, l'organo.

— Si pensava al teatro d'Albano sui colli laziali: ma il teatro d'Albano sventuratamente non esiste ancora. Allora abbiamo pensato ad un grande teatro di Roma, e ci siamo messi in corrispondenza con Roma. Ma Roma non ha risposto.

[pg!234] — Anche al telefono è lo stesso: Roma di solito non risponde.

— Vi prego di non scherzare. Hanno risposto — dice lei — ma fanno una difficoltà: il nome di Cioccolani.

— Non è un bel nome. Sconer è più bello.

— Forse avete ragione? È terribile! Un padre ha il diritto di lasciare a un figlio genio la eredità di un nome volgare! Ma l'obbiezione che fanno quei signori di Roma è un'altra. Essi dicono: «Cioccolani non è un nome conosciuto». Non è piazzato. Capite? Quello che importa non è creare i Canti ermetici, creare l'Attileide. No! Piazzarsi! Ah, mostruoso!