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Domenica è stata la prima seduta. Nel mio salotto Louis Kenz: le finestre sono aperte sul giardino; e io sono seduto — in pijama di seta candida — dentro la mia poltrona inglese, quando la signorina è entrata.

Avevo fatto portare dallo stabilimento una macchina da scrivere con il nastro nuovo.

La prego di mettersi in libertà.

Gli occhi di lei, dilatati dall'ammirazione, guardano il giardino. Ora si vedono tutti e due gli occhi, in quanto si è levata il cappello. È una testolina piena di piccoli ricci, ma graziosi.

— Ah, signore — esclama — pare qui di essere in campagna.

Così è a Milano. Appena vedono un po' di verde, dicono di essere in campagna. Ah, la campagna? [pg!258] Lei crede ancora alla virtù della campagna! Ma è un'illusione.

Veramente non è per questo: è perchè lei è anemica, e avrebbe bisogno della campagna. — Ma come si fa? — mi domanda. La signorina è lavoratrice, e deve vivere del proprio onesto lavoro.

— Ah, non è facile per una signorina vivere del proprio onesto lavoro!

Non rispondo a queste interrogazioni ed esclamazioni. Indico il tavolino dove ho fatto disporre la macchina, e comincio a dettare: Cav, scriva pure per intero, cavalier Ginetto Sconer.