Su lo spaldo della ferrata, dove più feriva il vento, quivi sorgeva, nera, la figura di Imperia. La ricca gonna e i capelli le ventilavano dietro. D'una mano reggeva la sottile macchina perchè il vento non la sbattesse a terra; dell'altra teneva impugnato il berretto, onde la fronte e tutto il viso — un viso forte, quasi maschile, ma lumeggiato da due grandissime vertiginose pupille nere di donna — era esposto al vento.
No, ella non contemplava i cavalloni del mare che di fianco correvano come lancieri bianchi all'assalto, su per un gran verde piano: ella non contemplava la grande luna d'agosto, sorta, che già ancor di sopra era il sole (e aveva detto la luna col suo placido riso beffardo: «Una volta al mese, o fratello sole, ci troviamo insieme a colorire, tu con le fiamme d'oro, io col mio argento, questo incolore branco di formiche con due gambe!»), non contemplava la casetta del cantoniere, asilo di pace; bensì, come assorta, godeva della sferzata del vento, quasi esso formasse su di lei una carezza brutale. «Oh, grande forza, portami via tu!» E il vento la investiva, la penetrava, la offendeva, ed ella pareva goderne, giacchè da quello spaldo non si tolse, ed io la vidi ancora lassù che già era giunto presso la riva del mare, dove l'onda dilagava orlata di spuma e poi scendeva col fremito della risacca.
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Lungo la spiaggia del mare — magnifica strada lavorata dalle onde — è la passeggiata vespertina, assai lieta e pittorica, specie nell'ora in cui approdano i battelli della pesca, dalle vele rance, ornate di segni strani e infantili, fatti per il riconoscimento: ma quella sera, a cagione del forte vento, non c'era alcuno su la spiaggia, e i bragozzi e le tartane avevano cercato rifugio nei piccoli porti vicini.
Però davanti a me camminavano, vincendo la forza del vento avverso, due giovanette. Io ne conobbi subito una: era un'adolescente, quindicenne a pena, figlia di onestissima e timorata famiglia, piccoli possidentucci di provincia. Le gonnelline corte erano ancora del suo corredo; e la madre e il padre, in quell'estate e per la prima volta, ma con grandissimi riguardi, l'avevano condotta alle semplici festicciuole di ballo su la spiaggia.
Sono feste assai alla buona: anzi un tempo si ballava sotto un tendone, fatto come quello delle giostre; poi ci fu un imprenditore che pensò di costruire un capannone di muratura. Ballonzoli per bambini; anzi è curioso osservare certe testoline ricciute di maschietti che dondolano tutti i loro ricci, agitano con gran pena le gambe nei minuscoli calzoncini per voglia di ben ballare; ma il tempo di musica non lo trovano; pestano e girano come i pigiatori in un tino, e così girando, finiscono col trovarsi in un angolo, in fra un crocchio, o vanno a dar del capo nel muro; allora, dopo essere stati alquanto attoniti, o riprendono il loro ballo o scoppiano in pianto; ma le bambine della stessa età intuiscono il tempo musicale con una sorprendente prestezza: la nave, varata, nell'acqua galleggia; l'uccello, staccato dal nido, vola; la donna, buttata nel ballo, danza subito a ritmo.
Quando le mamme conducono a letto i piccini, quel ballonzolo serale serve per i grandi: un buon violino e un contrabasso alternano polche e valzer: quello geme, questo fa zum-zum ogni tanto: i grilli tacciono, ma per tutta la landa marina si diffonde il suono, e molti cuori fa palpitare. Le servette poi non chiudono occhio e forse per ciò avviene che aprano la finestra a chi vi fa assedio regolare. Qualche notte poi, finito il ballonzolo, alcuni giovani accordano mandolini e chitarre e vanno facendo la serenata che si prolunga — sì breve è la notte e sì luminosa è l'aurora — sino a diventar mattinata.
Oh, mattinate di Bellaria, delizia delle serve e delle padrone! Vanno per le dune i sonatori e fanno giorno, suonando. Quante volte fui desto da quella voce che si staccava nella chiara notte: un mandolino che batteva il suo ritmo d'argento, un flauto, un contrabasso, una chitarra fors'anche. Spesso ho distinto i sonatori: erano vagheggini, e buontemponi del luogo, i quali, se vissuti in altra età, avrebbero lasciato ricordo del loro nome, come giullari e uomini di corte. Questa gente insulsa e gaia come pur faceva palpitare la grande severa notte! Adergersi le piante, sostare le stelle, rabbrividire le rame pareano! Non essi i sonatori, ma un'ondata di vento misterioso pareva accostare e allontanare quei suoni, nel modo stesso che un proiettore può allontanare o accostare una luce. Poco io amo, meno comprendo la musica; eppure in una notte quei suoni mi destarono: ripetevano un motivo popolare di altri tempi; suoni precipitosi, a scrosci, grandinar di suoni cui si alternava un piccolo lamento — sì bene, ricordo — un dolce lamento che lo intonava il flauto, e dopo scrosciavano ancora mandolino e chitarra. Sentii allora lagrime antiche che distillavano di dentro, come fossero state di piombo liquefatto: «Ahi, giovinezza che ti allontani: giovinezza che non sei più!»
Ma per le servette, ma per le padroncine manifestamente è altra cosa; e voi siete sempre belle e novelle, o mattinate di Bellaria; e voi, vagheggini e giullari, vi apprestate anche quest'anno a ben mattinare.
Dicevo dunque che in quei balli io avevo notato questa giovanetta. La sua grazia non era pareggiata che dalla sua timidezza. Soltanto la grazia dava indizio fisico della sua essenza muliebre. Finito il giro — non ne stava giù uno, che fosse uno — si rifugiava come paurosa fra il babbo e la mamma: non sapeva stringere la mano al ballerino: alle domande rispondeva a pena con un fil di voce: «sissignore, nossignore»: ma quando ballava era un incanto, così religiosamente ella ballava, avvinta come un'edera al petto dell'uomo. Ogni moto del piede e della persona era compiuto al ritmo come un atto devoto, con una intensità di piacere da commuovere chi lei riguardasse con occhio profondo.