— E lei ha accettato?

— Per forza!

*

Lo sbatacchiamento degli zoccoli giù nella via ci destò al primo mattino: pareva d'essere in una calle di Venezia. Aperta una delle cinque enormi finestre, ebbi il saluto di uno stravagante campanile, mozzo e quadro, sorgente davanti a me su di una seicentistica enorme base marmorea, fatta ad anfora rovesciata.

Il campanile spiccava nella delicata purità del cielo, e l'aria sgombra da nebule — aveva piovigginato la notte — rivelava i lontani confini della laguna azzurrina, al di sopra dei tetti. Una gran debolezza e pace era nelle cose.

Al caffè della vigilia trovai già i miei compagni con l'imperioso signore dal brillante.

Egli era in grande sparato ed abito nero: credetti che tanto onore fosse per noi, e guardai, turbato, il mio vestito. Per fortuna il signore non si era abbigliato così per noi, bensì tutta notte era stato desto essendosi celebrata la cerimonia nuziale di un suo parente.

— Sarebbe desiderabile, andando a Pomposa, avere una carta, — dissi, e non l'avessi mai detto! Il signore, quando fu penetrato dell'idea della carta geografica, voleva ad ogni costo fare aprire le scuole, dove ci dovevano essere delle carte murali. A stento lo trattenemmo, non però al punto che non mandasse un messo a casa del maestro di scuola.

Il messo tornò avvilito, riferendo che le finestre erano chiuse e che il maestro dormiva. Il signore ordinò di svegliare.

Gli facemmo pazientemente osservare che il maestro non poteva a meno di non aver moglie, la moglie non poteva a meno di esser giovane, e così di supposizione in supposizione, giungemmo a persuaderlo che per essere cortese a noi, sarebbe stato scortese altrui. Si persuase.